LUIGI LONARDO, DOCENTE AL KING’S COLLEGE
«Qui dal 2013: ora non so che fare»
«Studio il diritto comunitario, ma se non interessa più vado via»
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Luigi Lonardo, vive a Londra da quattro anni, svolge un dottorando e insegnante presso il King’s College London.
«A Londra si respira quella che ho sentito definire ovvietà della tolleranza. Tutti i miei colleghi hanno avuto esperienze internazionali, e anche quelli inglesi hanno studiato all’estero. Londra è un po’ un enclave, ha un’altra velocità. Qui riconosciamo che non si può uscire dallo scambio e dal continuo accrescimento reciproco con l’Europa. Le motivazioni di questo scarto sono varie: si potrebbe considerare l’enorme presenza di stranieri, e di immigrati di seconda generazione nella capitale, non così diffusa altrove. Si può guardare al livello di istruzione dei giovani londinesi, spesso legato a esperienze all’estero».
«C’è poi da considerare la qualità della vita - continua - Il tasso di reddito è sostanzialmente maggiore, gli uffici che hanno una sede sia nella capitale sia altrove hanno uno stipendio più elevato per quella centrale. Credo che questi siano tutti fattori che contribuiscono, come anche il fatto che a Londra sono concentrati tutti i grandi capitali del paese. Brexit per me, come per molti altri, è stata soprattutto uno shock emotivo. Ha avuto un peso personale, perché mi sono sentito non voluto da un paese che avevo scelto. E ora sto prendendo in seria considerazione la possibilità di trasferirmi dove continuerei a godere di diritti che altrimenti potrei perdere, soprattutto se durante le trattative il Regno Unito decidesse di uscire sbattendo la porta. Ottenere un’altra cittadinanza sarebbe talmente costoso in termini economici, di tempo, di energie, e anche emotivi, che non vedo perché, visto che loro hanno voluto rinunciare a oneri e pregi che derivano dall’essere cittadini dell’Unione Europea, dovrei rinunciare anch’io».
«In ogni caso il mio lavoro sarà direttamente influenzato - conlude - Studio Diritto dell’Unione Europea, e questa materia, ora obbligatoria, un domani potrebbe non esserlo più, così che potrei avere più difficoltà a trovare lavoro in ambito accademico già in un futuro prossimo. Quanto questo processo sia reversibile, soprattutto ora, è una domanda tecnica e le opinioni che ascolto sono molto diverse. Personalmente spero non sia ancora stato compiuto nessun atto irrevocabile. Certo, realisticamente è ormai impensabile che si cambi idea». (a.m.a.)
«A Londra si respira quella che ho sentito definire ovvietà della tolleranza. Tutti i miei colleghi hanno avuto esperienze internazionali, e anche quelli inglesi hanno studiato all’estero. Londra è un po’ un enclave, ha un’altra velocità. Qui riconosciamo che non si può uscire dallo scambio e dal continuo accrescimento reciproco con l’Europa. Le motivazioni di questo scarto sono varie: si potrebbe considerare l’enorme presenza di stranieri, e di immigrati di seconda generazione nella capitale, non così diffusa altrove. Si può guardare al livello di istruzione dei giovani londinesi, spesso legato a esperienze all’estero».
«C’è poi da considerare la qualità della vita - continua - Il tasso di reddito è sostanzialmente maggiore, gli uffici che hanno una sede sia nella capitale sia altrove hanno uno stipendio più elevato per quella centrale. Credo che questi siano tutti fattori che contribuiscono, come anche il fatto che a Londra sono concentrati tutti i grandi capitali del paese. Brexit per me, come per molti altri, è stata soprattutto uno shock emotivo. Ha avuto un peso personale, perché mi sono sentito non voluto da un paese che avevo scelto. E ora sto prendendo in seria considerazione la possibilità di trasferirmi dove continuerei a godere di diritti che altrimenti potrei perdere, soprattutto se durante le trattative il Regno Unito decidesse di uscire sbattendo la porta. Ottenere un’altra cittadinanza sarebbe talmente costoso in termini economici, di tempo, di energie, e anche emotivi, che non vedo perché, visto che loro hanno voluto rinunciare a oneri e pregi che derivano dall’essere cittadini dell’Unione Europea, dovrei rinunciare anch’io».
«In ogni caso il mio lavoro sarà direttamente influenzato - conlude - Studio Diritto dell’Unione Europea, e questa materia, ora obbligatoria, un domani potrebbe non esserlo più, così che potrei avere più difficoltà a trovare lavoro in ambito accademico già in un futuro prossimo. Quanto questo processo sia reversibile, soprattutto ora, è una domanda tecnica e le opinioni che ascolto sono molto diverse. Personalmente spero non sia ancora stato compiuto nessun atto irrevocabile. Certo, realisticamente è ormai impensabile che si cambi idea». (a.m.a.)
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