Andrea Chiesi: "La pittura è magia"
L'artista modenese si racconta e parla della sua passione per i paesaggi industriali e di cosa sono per lui la pittura e la luce. “L’arte di fare bene l'ho imparata da mio padre”. Il ritorno qui dopo New York e Berlino: dipingere è magia
MODENA. «Del luogo originario rimane soltanto l’eco. Per me dipingere significa creare un mondo che non esiste, un mondo interiore distante dalla mera documentazione. I miei lavori attuali sono un concentrato di esperienza la cui narrazione è solo l’aspetto più immediato, certo non risolutivo. Io sono tutto qui, qui dentro».
Così come è dentro i racconti per immagini degli esordi. E ancora tra le pagine dei taccuini neri al profumo d’inchiostro che, rifugio di pallide figure sotterranee, di quel ragazzo della Modena underground degli anni Ottanta sono da sempre compagni di viaggio inseparabili. «La mia prima mostra, di fatto qualche pagina di fumetto attaccata al muro, venne ospitata al Tuwat, centro sociale di Carpi. Ci andavo in motorino. Fu lì che conobbi Giovanni Lindo Ferretti».
Andrea Chiesi che con il fondatore dei CCCP Fedeli alla linea, leggendario gruppo punk dall’impronta indelebile, condivide molti ricordi (in primis l’Apocalisse di Giovanni, progetto del 1998 capace di esaltare il talento di entrambi) oggi studia filosofia orientale - «quel che è stato innalzato è destinato a cadere, ciò che è stato unito è destinato a dividersi» - e continua a vestirsi di nero. Perché? «È pratico - taglia corto lui con un sorriso - Mi curo assai poco di ciò che indosso». Chiesi abita e crea in un luogo di confine. Ai confini del tempo ma ad un tiro di schioppo dalla strada nazionale per Carpi.
«La pittura è legata a doppio filo all’illusione, è magia. Tanto che i primi pittori erano sciamani». Qui in quella che fu la casa del custode di Villa San Pancrazio l’incanto non lascia scampo. È struggente. «Qualche giorno fa sono tornato alle ex Fonderie». E mentre parla la sua piccola gatta stira una zampa. Andrea l’ha salvata ancora “in fasce” e ora le sta insegnando a scoprire, con la dovuta cautela, il meraviglioso universo oltre l’uscio di casa.
«La mia ultima visita in Ciro Menotti risaliva a metà degli anni Novanta». Un inchiostro di due metri e quaranta per tre. Il risultato dell’antica esplorazione è davanti ai nostri occhi. Sarà esposto alla Otto Gallery di Bologna a partire dal 21 aprile.
«Non è pensata come un’antologica. È una mostra che pone sullo stesso piano lavori di epoche diverse. Per il prossimo anno conto di dipingere un quadro ispirato proprio alle ex Fonderie Riunite, simbolo della lotta operaia». Un simbolo regalato, svenduto all’oblio che solo la pittura ha il potere di resuscitare altro da sé.
Il titolo di questa storia? Da Modena a Modena in vent’anni. Da quando cioè un Andrea trentenne ha deciso di prendere la sua strada senza seguire le orme del padre restauratore di mobili. «Fare bene. Questo ho imparato da mio padre».
In mezzo New York, Berlino, Pechino. La consacrazione in Italia e all’estero di un “disegnatore innamorato della pittura” che, autodidatta - classe 1966 Chiesi è tra i più intensi della sua generazione - mal sopporta i panni dell’artista e risponde solo se chiamato pittore. «Uso la fotografia nello stesso modo in cui i pittori di un tempo utilizzavano gli strumenti ottici a loro disposizione. Canaletto ad esempio. Ma anche Jan Vermeer che, con l’obiettivo di definire i tratti peculiari di un volto nonché la posizione degli oggetti si serviva della camera oscura. È un “segreto svelato” nell’omonimo libro del pittore inglese David Hockney. Solo chi si sporca le mani può raccontare la storia dell’arte attraverso la tecnica. Una prerogativa preclusa ai critici».
La critica è dunque superflua? «Non credo questo. Ma dal mio punto di vista lascia il tempo che trova. Il critico è qualcuno che si intromette. Una volta terminato qualsiasi quadro vive infatti di vita propria, non appartiene neppure al proprio demiurgo». I quadri di Chiesi vivono di una luce livida capace di conciliare l’inconciliabile, una luce impossibile perché spaventa e rassicura. Tanto che l’anima di chi osserva, sempre in religioso silenzio, stenta a farsene una ragione e ne resta rapita.
«È una questione di luci e ombre. Non utilizzo tonalità realistiche quanto piuttosto un terzo colore» spiega il padrone di casa. Che interpellato in merito a “strani” indizi celati nei suoi quadri - un otto sdraiato che suggerisce l’infinito, piccole scritte quasi illeggibili - ammette: «Inserisco rebus che spesso passano inosservati, un’abitudine piuttosto consolidata per gli artisti di una volta. I dettagli donano ritmo alla tela. Al pari della pittura svelano ma non rivelano».
A questo punto la domanda nasce spontanea: si può insegnare a dipingere? “L’insegnamento è una zattera che ti aiuta a raggiungere l’altra riva del fiume. Non puoi restarci attaccato a lungo”. Parla con cognizione di causa Andrea. Da un paio di anni a questa parte è infatti docente all’accademia di Belle Arti di Ravenna. “Seguo gli studenti del primo anno e trovo sia un’esperienza di arricchimento reciproco. Prediligo il metodo maieutico. Dentro i ragazzi infatti c’è già tutto. Bisogna solo fornire loro gli strumenti per rivelare in primis a sé stessi il proprio talento. Che però non basta. Occorre molta determinazione e anche un po’ di fortuna”. E’ l’ora del congedo. Andrea deve restare solo. Non si può abusare di un incanto. Altrimenti finisce.
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