Modena, il processo: «Così quello stupro le ha rovinato la vita»
Le amiche della giovane vittima ricostruiscono in Aula la violenza sessuale di un carabiniere: «Non è più stata lei»
MODENA. Era una ragazza solare, sempre sorridente, studentessa e lavoratrice. Una ragazza allegra, a cui piaceva andare a ballare con gli amici, ma anche molto seria e che mai avrebbe avuto un rapporto sessuale in un misero bagno di un locale notturno. Ora quella giovane è in cura, ha dovuto affrontare attacchi di panico, paure. È cambiata, ha timore nello stare tra la gente che non conosce, ha faticato a concentrarsi sullo studio e la vita spensierata del weekend è soltanto un drammatico ricordo che ora non vuole più rivivere.
Al di là di come finirà il processo, che vede imputato per violenza sessuale un carabiniere allora in servizio nel Modenese, c’è una vita comunque segnata da una nottata trascorsa in allegria con gli amici e insieme ad un gruppo di militari che la compagnia trovava spesso nei locali della movida. Le testimonianze delle amiche sono drammatiche. Davanti al pm Marco Niccolini, al collegio di giudici presieduto da Barbara Malvasi, affiancata dai colleghi Domenico Truppa e Luigi Tirone, agli avvocati difensori Fabio Bazzani e Paolo Babboni, a Enza Rando che rappresenta la ragazza e Donatella Baraldi, legale dell’Unione donne italiane che si è costituita parte civile, le testimoni delineano una nottata terribile.
Il primo a parlare davanti ai giudici è un perito nominato dalla Procura: «Ho potuto visionare solo i referti medici - ammette - perché era passato troppo tempo dai fatti, ma le lacerazioni riscontrate sono compatibili con un rapporto traumatico in posizione verticiale, soprattutto se manca la lubrificazione».
Una poliziotta, invece, analizza la scena della violenza sessuale - un piccolo bagno di un locale - e soprattutto le conversazioni telefoniche tra amiche, le chat e gli sms tra la vittima e il carabiniere. Su facebook lei gli scrive per incontrarsi dopo quella notte e conclude con una emoticon «Era un modo per non insospettirlo - spiega un’amica - ma voleva chiedergli perché le aveva fatto quello».
Le testimoni ricordano i lividi al collo e le echimosi sul braccio («La mattina successiva, quando ci ha chiesto aiuto, raccontandoci tutto, l’abbiamo truccata perché voleva andare al lavoro»), ma anche di come lei non avesse mai neppure pensato ad una relazione amorosa con il militare. «In pista, lui aveva tentato di baciarla, ma lei si era scostata. In altre occasioni però avevamo notato un senso di protezione e di attenzione verso la nostra amica. Quell’uomo era irascibile, aveva un carattere molto autoritario e sempre quella notte, soltanto perché un altro ragazzo l’aveva sfiorata, lui ha avuto una violenta discussione».
Il carabiniere è convinto di conquistarla, lei si nega. Poco dopo le 3, quando la compagnia sta per andare a casa, lui la prende sotto braccio e la porta verso il bagno: è l’ultima scena che un’amica può vedere perché in quell’anfratto “lui le ha usato violenza. Lei non riusciva ad urlare, era pietrificata, ha cercato di opporsi, ma era una lotta impari”. Poi escono insieme, il militare addirittura la porta a casa con un collega; la giovane sembra frastornata e scrive ad alcune amiche, le vuole incontrare la mattina dopo. È il suo grido d’aiuto, l’ultimo, prima che la sua vita cambi. Per sempre.
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