I Green Days di Elisabetta Cremaschi: Tra un solaio e un ciliegio ecco l’incanto della lettura
Della letteratura per l’infanzia lei ha fatto ragione di vita e di lavoro Partendo da una Mirandola a porte aperte. E dal forno di una nonna
«Sono nata a Mirandola – racconta Elisabetta Cremaschi, esperta di storytelling e letteratura per l'infanzia e autrice del blog di ricerca “GAVROCHE. Parole e figure dell'infanzia” - il 26 giugno 1969, con un discreto ritardo. La mia famiglia vive ancora lì, in quella casa che è rimasta come la costruì mio nonno. I miei genitori avevano una macelleria in centro e io, che ero una bambina a dir poco vivacissima ed estremamente autonoma, potevo godere di un ampio raggio di azione per le mie scorribande e non c'era negozio delle vie adiacenti a quella dei miei genitori che non mi fosse concesso frequentare da sola. Esplorazioni che credevo di padroneggiare da sola mentre mille occhi vegliavano attenti su di me».
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«Ho vissuto in compagnia di tre cani, un gatto, una gatta ospite, svariati uccellini e un topo (solo per un giorno, ma indimenticabile) - dice Elisabetta – anche in mezzo alla natura, che vivevo con quell'instancabile selvatichezza che solo da bambini ci viene concessa. Poi, nella terra di mezzo, c’era casa mia e l'intero quartiere di bambini, con i quali si usciva il primo pomeriggio, sotto qualsiasi cielo, per rientrare al tramonto solo quando addosso si sentiva quell'inconfondibile odore di bambino sporco mescolato ai richiami di mamme e nonne. Le porte erano sempre aperte. In ogni casa, giochi diversi, dentro e fuori: biglie, piccolo chimico, piste, trenini, su e giù per gli alberi, gare di ogni genere. Ma sopra ogni cosa e ogni superficie ho pattinato così tanto che non avrei mai smesso di farlo».
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«Dei primi anni di scuola – continua - ricordo l'entusiasmo e l'euforia, il senso di appartenere a una comunità più grande di quella abituale e poi quella sensazione così particolare che si prova da bambini quando si riesce a superare gli ostacoli e i limiti. Penso con profonda gratitudine a una maestra che ha saputo vedermi con occhi diversi, che per prima mia ha detto che le mie passioni potevano diventare altro, se le avessi coltivate, e ha mostrato a tutti che la mia indipendenza era un valore e non una mancanza».
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«Poi c’erano due rifugi che sono luoghi privilegiati dell'anima – sorride Elisabetta - un solaio e un ciliegio. Per colpa di quei luoghi per me, ancora oggi, leggere è un'attività che mi coinvolge completamente a livello sensoriale. Il solaio perché sono cresciuta con una nonna sorda e indefessa cuoca e il nostro forno era lì, proprio nel suo ingresso. Quando mia nonna entrava a pieno regime, soprattutto nei mesi invernali, trascorrevo interi pomeriggi a leggere mentre aspettavo che il timer suonasse, per poi poterla avvisare. Dolci, di varie forme sapori, e polvere e legno dei mobili di mio nonno e gerani che si riparavano dal freddo e vecchi libri di un prozio parroco, sono i profumi che si confondono con le parole mentre leggo ancora oggi. E l'albero di ciliegio, e le sue foglie a solleticarmi la pelle, e il caldo del sole, nei giorni buoni, e il sapore dei suoi frutti, che macchiava le pagine, sono visioni e le sensazioni che provo quando posso stare tra le pagine di un libro per un po'. Poi ce n'era un altro, che a fatica riesco a raccontare perché forse non ci sarà più o se tornerà a esserci difficilmente sarà come era prima, chissà... la chiesa di San Francesco di Mirandola che chiudeva la via del negozio dei miei genitori. Mi sembrava così grande e solenne nella sua religiosa semplicità e ricordo perfettamente il suo odore denso e il suo silenzio interrotto solo dai fili del sole colorati che penetravano i suoi vetri, disegni sul pavimento che sembravano creare accessi a quell'altrove che da bambini non è comprensibile con le parole, ma a cui si accede grazie a quella salvifica curiosità che dovremmo mantenere luminosa per il resto della vita».
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