Modena: il giro del mondo attraverso cento negozi etnici
Dal bazaar al night shop alla macelleria: gestiti da stranieri e sempre aperti Privilegiano gli alimentari, ma c’è chi fa affari soprattutto con alcol a basso costo
MODENA .Sono circa un centinaio i negozi di alimentari etnici gestiti da stranieri in città. Vengono dalla Turchia, dalla Nigeria, dalla Cina, dalle Filippine, dall'Ucraina, dal Pakistan e dal Bangladesh. Vendono frutta e verdura, carne halal, snack e salatini, thé, spezie e stoffe ma anche piatti e prodotti della tradizione dei paesi d'origine.
Alcune attività sono veri e propri bazaar, spacci universali in cui trovare di tutto: alimentari ma anche saponi, dentifrici, valigie, parrucche. Altre si sono specializzate in frutta e verdura fresca o hanno aperto macellerie islamiche. Infine ci sono i “night shop” che fanno della vendita di alcolici il loro business principale, un fiume di alcol a basso costo servito fino a tarda notte. Tutti hanno orari flessibili e la maggior parte chiude verso le 23 sopperendo alla domanda di chi lavora o tira tardi la sera.
Si trovano sia in periferia che nel cuore della città, dalla zona di viale Gramsci e del quartiere Sacca fino al centro storico, da viale Crispi a via Carteria, dal rione della stazione fino a via Giardini e via Buon Pastore. Da via Selmi a piazzetta Pomposa.
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Dai quartieri meno centrali fino alle zone della movida cittadina.
Il nostro viaggio all'interno dei “night shop” modenesi parte dal quartiere della stazione, in viale Crispi dove a fianco di un sexy shop si trovano tre negozi etnici gestiti da nigeriani e una macelleria araba, oltre a un'agenzia di viaggi intercontinentali e una libreria evangelica. Più avanti, in viale Mazzoni, c'è la Full Gospel Church, una chiesa pentecostale frequentata da africani sub-sahariani e la moschea dei turchi, la "Ulu Cami” di via Munari. Sotto i portici del viale ristagna l'odore di marijuana che i nigeriani spacciano per strada confezionata in sacchettini di plastica da 10 euro cadauno. Davanti ai negozi, gruppi di nigeriani fumano e bevono birre africane scure ad alta gradazione.
Dentro l'odore di stoccafisso essicato o affumicato aggredisce le narici. Anche dentro si bevono alcolici, nonostante i divieti municipali. Si tratta di negozi spogli e scarni, quasi sovietici. Vendono anche riso e spezie e prodotti di bellezza. Fra i prodotti femminili spiccano le parrucche rosse e bionde, le extension, le unghie finte laccate e una curiosa crema per sbiancare la pelle. «Le africane vogliono assomigliare alle europee, alle bianche», spiega Steven, un giovane avventore nigeriano.
Adiacente alla zona Tempio, c'è il quartiere turco sorto intorno alla Ulu Cami, la “grande moschea” anatolica di Modena. Nelle strade interne, a pochi passi dal museo Ferrari, in via Piave, c'è il negozio Ayan Market di proprietà di Ayan Raif. In Italia dal 2008, Raif è un immigrato turco originario di Corum, città da cui la maggioranza dei turchi di Modena provengono. «Ho aperto il mio negozio nel 2012, qui vengono soprattutto turchi e arabi ma anche italiani, albanesi, rumeni e bulgari», dice Raif nel cui negozio troviamo specialità turche come il pide, la piadina turca, il caffé turco, le olive condite, una specie di feta turca e lo yogurt e il latte fermentato ayran di cui i turchi vanno ghiotti. «Ma abbiamo anche piatti pronti come i dolci al miele, la baklava, i salumi di manzo o pollo, la sarma ovvero gli involtini di riso e carne. Ma niente alcol, siamo musulmani e la nostra attività si trova a pochi passi dalla moschea, sarebbe sconveniente vendere alcolici», dice Raif.
Accanto al negozio di delicatessen turche c'è il “Bazaar” di Abdellah Belfakir, un commerciante marocchino di Agadir, dal 1988 residente a Modena. Il suo negozio è letteralmente un bazaar simile alle botteghe delle città arabe. C'è il reparto carni, macellate secondo la legge islamica, un angolo con una miriade di spezie, curcuma, cumino, paprika, zenzero, cannella, pistacchi, e poi datteri e thé alla menta fresca, snack mediorientali come i semi di girasole o di zucca tostati. Infine c'è la sezione abbigliamento con stoffe colorate e veli islamici, tappetti e samovar per thé e infusi. I muri del negozio sono coperti di poster, immagini della Mecca e versetti del Corano. Nei frigoriferi ci sono solo analcolici, formaggi freschi e il leben, la versione araba dell'ayran, eredità dell'Impero ottomano. Si potrebbe scrivere una vera storia dei popoli dell'Impero ottomano seguendo semplicemente le contaminazioni culinarie lasciate dai sultani nei lunghi secoli di dominazione sull'Africa del Nord e sui Balcani.
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