Chernobyl, una terra senza anima
Serramazzoni. Il viaggio di Emanuele e Francesca raccontato attraverso le foto
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SERRAMAZZONI. «Come fotografi ci siamo sempre interessati di storie dimenticate, e questa lo è. Ma anche se si cerca di relegarla al passato, è parte inesorabile del presente perché stiamo vivendo tuttora le sue conseguenze, e così sarà per innumerevoli anni». Così Francesca Gorzanelli ed Emanuele Cosimi spiegano le ragioni delle immagini che hanno condotto a realizzare a Serra una mostra dedicata alla tragedia di Chernobyl che lascia senza fiato, visitabile ancora per tre giorni (oggi ore 15-18, domani e sabato 8.30-12.30) nella sala di Cultura di via Roma. È il frutto del terzo viaggio che hanno fatto a febbraio sul luogo del disastro nucleare del 26 aprile 1986, che ha ridotto a uno scheletro le città di Pripyat (distante solo 3 km dalla centrale Lenin) e Chernobyl (a 18 km). Quasi 150 immagini che raccontano morte e vita insieme, il grande paradosso di Chernobyl. Da una parte, la riduzione di città a scheletri. Dall’altra, la fiorente natura che si è riappropriata dei luoghi abbandonati dall’uomo, anche se si sospettano mutazioni di Dna negli animali.
E ci sono i “Samosely”,gli “auto insedianti”: anziani che sono tornati a vivere qui, tollerati dal governo ma privi di qualsiasi sussidio. Incredibilmente ci sono persone di 90 anni e più, nonostante le radiazioni e il cibo precario. Le sono andate a trovare Francesca ed Emanuele nel viaggio, portando loro qualcosa e ascoltando testimonianze che hanno raccontato giovedì scorso all’inaugurazione e martedì ai ragazzi di terza media.
Le conseguenze del disastro nucleare sono ben presenti ancora oggi, nonostante il nuovo sarcofago messo a novembre 2016. Senza pensare all’aumento di tumori in Europa dagli anni ’90 in poi, c'è il “mistero” dei malati dell’ospedale che non si possono vedere. Ci sono gli edifici di Pripyat che sbriciolandosi tornano a liberare radiazioni. E paradossalmente c’è il turismo nella “zona di esclusione” sorvegliata dai militari, che va dai 10 ai 30 km dalla centrale. Tour operator si sono organizzati in questi ultimi tempi per portare visitatori, un fenomeno descritto dal laureando formiginese Dario Panini nella sua tesi. «Torneremo presto anche per documentare questo aspetto», ha assicurato Francesca.
«E noi continueremo a sostenere i loro progetti - ha assicurato l'assessore alla Cultura Marzia Cipriano - perché Chernobyl non potrà mai essere una cosa del passato».
E ci sono i “Samosely”,gli “auto insedianti”: anziani che sono tornati a vivere qui, tollerati dal governo ma privi di qualsiasi sussidio. Incredibilmente ci sono persone di 90 anni e più, nonostante le radiazioni e il cibo precario. Le sono andate a trovare Francesca ed Emanuele nel viaggio, portando loro qualcosa e ascoltando testimonianze che hanno raccontato giovedì scorso all’inaugurazione e martedì ai ragazzi di terza media.
Le conseguenze del disastro nucleare sono ben presenti ancora oggi, nonostante il nuovo sarcofago messo a novembre 2016. Senza pensare all’aumento di tumori in Europa dagli anni ’90 in poi, c'è il “mistero” dei malati dell’ospedale che non si possono vedere. Ci sono gli edifici di Pripyat che sbriciolandosi tornano a liberare radiazioni. E paradossalmente c’è il turismo nella “zona di esclusione” sorvegliata dai militari, che va dai 10 ai 30 km dalla centrale. Tour operator si sono organizzati in questi ultimi tempi per portare visitatori, un fenomeno descritto dal laureando formiginese Dario Panini nella sua tesi. «Torneremo presto anche per documentare questo aspetto», ha assicurato Francesca.
«E noi continueremo a sostenere i loro progetti - ha assicurato l'assessore alla Cultura Marzia Cipriano - perché Chernobyl non potrà mai essere una cosa del passato».
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