Il giudice su vita, morte e libertà «Le disposizioni anticipate: scelta di civiltà a tutela di tutti »
Il caso di Maria impone riflassioni analoghe a quelle che hanno animato il dibattito su deejay Fabo, sebbene le loro scelte di fronte alla malattia siano state così differenti. Di vita, morte e...
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Il caso di Maria impone riflassioni analoghe a quelle che hanno animato il dibattito su deejay Fabo, sebbene le loro scelte di fronte alla malattia siano state così differenti.
Di vita, morte e soprattutto di libertà parla, nel suo intervento, Roberto Masoni, giudice tutelare: “C’è chi intende continuare a sopportare il dolore e con ottimismo la malattia (come fa giornalmente Maria) e chi invece ritiene di non aver più possibilità di sopportare la propria menomazione... invocando il momento in cui farla cessare in quanto invivibile ed umanamente insopportabile. A quanti sopportano indicibili patimenti giornalieri, servirebbe poter decidere di sé, dettando disposizioni anticipate di trattamento sanitario (d.a.t.), per scegliere in piena libertà il proprio futuro di malati terminali”.
“La nostra Costituzione legittima questa scelta di libertà (art. 32), poi inveratasi nella celebre pronunzia Englaro del 2007 e che, ancor prima, trovava fondamento nella solenne affermazione di principio contenuta nella Magna Charta del 1215; ossia, la garanzia per ogni uomo libero che nessuno possa “mettere la mano su di lui” (habeas corpus), se non in virtù di “un giudizio legale dei suoi pari secondo la legge del paese. Decidere del proprio futuro tramite una d.a.t. rappresenta una regola di civiltà che, come un baluardo difensivo insormontabile, garantirebbe tanto Maria, che ha conservato intatto ottimismo e voglia di vivere, quanto altri che intendano rifiutare forme di accanimento terapeutico. In definitiva, l'introduzione dell'istituto della d.a.t., in questo momento oggetto di vivace dibattito parlamentare e di scontro tra le forze politiche, permetterebbe a tutti di essere liberi di fronte alla sofferenza, al dolore ed alla morte; potendo disporre della propria salute e del proprio corpo in modo libero e consapevole, senza dover dipendere, in modo mortificante, dalle scelte altrui ed a subire le tecniche della medicina difensiva in grado di allungare sin die il “processo” del morire. Se per i credenti la vita è un dono divino, però il donatario dovrebbe potere disporre liberamente di questo preziosissimo dono. Se così è, allora, la vita non può che essere ritenuta un fondamentale ed inviolabile diritto dell'uomo, non certo un obbligo”.
Di vita, morte e soprattutto di libertà parla, nel suo intervento, Roberto Masoni, giudice tutelare: “C’è chi intende continuare a sopportare il dolore e con ottimismo la malattia (come fa giornalmente Maria) e chi invece ritiene di non aver più possibilità di sopportare la propria menomazione... invocando il momento in cui farla cessare in quanto invivibile ed umanamente insopportabile. A quanti sopportano indicibili patimenti giornalieri, servirebbe poter decidere di sé, dettando disposizioni anticipate di trattamento sanitario (d.a.t.), per scegliere in piena libertà il proprio futuro di malati terminali”.
“La nostra Costituzione legittima questa scelta di libertà (art. 32), poi inveratasi nella celebre pronunzia Englaro del 2007 e che, ancor prima, trovava fondamento nella solenne affermazione di principio contenuta nella Magna Charta del 1215; ossia, la garanzia per ogni uomo libero che nessuno possa “mettere la mano su di lui” (habeas corpus), se non in virtù di “un giudizio legale dei suoi pari secondo la legge del paese. Decidere del proprio futuro tramite una d.a.t. rappresenta una regola di civiltà che, come un baluardo difensivo insormontabile, garantirebbe tanto Maria, che ha conservato intatto ottimismo e voglia di vivere, quanto altri che intendano rifiutare forme di accanimento terapeutico. In definitiva, l'introduzione dell'istituto della d.a.t., in questo momento oggetto di vivace dibattito parlamentare e di scontro tra le forze politiche, permetterebbe a tutti di essere liberi di fronte alla sofferenza, al dolore ed alla morte; potendo disporre della propria salute e del proprio corpo in modo libero e consapevole, senza dover dipendere, in modo mortificante, dalle scelte altrui ed a subire le tecniche della medicina difensiva in grado di allungare sin die il “processo” del morire. Se per i credenti la vita è un dono divino, però il donatario dovrebbe potere disporre liberamente di questo preziosissimo dono. Se così è, allora, la vita non può che essere ritenuta un fondamentale ed inviolabile diritto dell'uomo, non certo un obbligo”.
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