Alberto Morsiani: La mia passione: un ciak letterario iniziato 40 anni fa
Due amori diventati trama di tutta una vita: scrittura e cinema. Con un debole per gli Usa
MODENA. L’America, per lui, è terra d’attrazione, non solo perché ama vestirsi “alla texana” ma soprattutto per il cinema che ha raccontato in tutti i suoi titoli. Il critico e saggista modenese Alberto Morsiani, responsabile con l’associazione Circuito Cinema, delle sale d’essai Truffaut e Film Studio 7B, è non solo intellettuale di alto spessore ma anche autore di una cinquantina di libri di cui, l’ultimo, viene presentato proprio questo pomeriggio alla biblioteca Delfini. Il cinema, per Morsiani, è la passione della vita; americano soprattutto, ma anche francese, cileno, indiano. Una passione declinata in decine e decine di aneddoti sui protagonisti del grande schermo. «Uno dei miei preferiti - dice - è Quentin Tarantino cui ho dedicato un libro. Ma quando andavo ai festival del cinema li ho visti tutti e ricordo, ad esempio, l’altezza super di Clint Eastwood contro la bassezza di Mel Gibson che però, quando lo vidi, era giovanissimo e aveva due occhi azzurrissimi e magnetici. Sconvolgente la bellezza di Nastassja Kinski ventenne, Harrison Ford era molto antipatico mentre era simpaticamente grasso e puzzolente Gérard Depardieu. Ricordo anche Mike Tyson, l’ex pugile: mi stritolò la mano con la sua stretta mentre al contrario Al Pacino ha una mano delicatissima e molto piccola». Morsiani e cinema, a Modena, sono un binomio inscindibile, abbinato alla scrittura. «Le mie due passioni. Ho cominciato a vent’anni scrivendo sul Foglio di Ermanno Gorrieri. Lì iniziai scrivere recensioni. Qui a Modena, allora, c’erano luoghi mitici come il Cineclub Cabassi, che era prima alla Sala di cultura e poi allo Storchi dove, negli anni Settanta, toccò i 5mila iscritti».
Quando è passato a gestire i cinema d’essai?
«Nel 1982 aprimmo il Filmstudio che, ancora oggi, è incredibilmente una delle pochissime monosale presenti nelle città italiane. Dieci anni dopo toccò alla Truffaut, uno spazio del Comune, che prima era multimediale mentre oggi è gestita da Circuito cinema di cui sono il direttore artistico».
Poi ha l’attività di critico.
«Finora ho scritto una cinquantina di volumi e collaboro con alcune riviste, oltre naturalmente alla Gazzetta: sono arrivato nel 1990 e credo di aver scritto un migliaio di recensioni».
Ed ora una selezione di queste è finita nel libro “Cinema di Figure” pubblicato da Emilio Mazzoli.
«Sì con le illustrazioni di Luigi Toccafondo di cui il 5 maggio presentiamo una selezione dei cortometraggi e dei film che ha realizzato. Nel libro ci sono circa 150 recensioni e ci sono pochissime stroncature perché non mi pare sia questo un esercizio utile».
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Ma ce n’è qualcuna?
«Beh sì. “Il Te nel deserto” di Bernardo Bertolucci, ad esempio. Ma anche la “Grande Bellezza” di Sorrentino non è tra i miei film preferiti».
Invece i suoi registi preferiti?
«Beh quasi tutto il cinema americano e i registi Scorsese, i fratelli Coen, David Lynch, Gus van Sant, Takeshi Tikano, Ford».
Perché ha scelto Toccafondo per le illustrazioni?
«Il libro nasce da una idea del gallerista Emilio Mazzoli, siamo molto amici e ha una opinione buona di me. Toccafondo è stata una delle primissime scelte anche se abbiamo valutato pure qualche artista modenese. Ha illustrato trenta film, sequenze intere, per un totale di 150-200 immagini».
Qual è per lei il film migliore di sempre?
«Difficile, probabilmente “Sentieri Selvaggi” di John Ford che è un grandissimo regista. Adoro anche “Pulp Fiction” e alcune opere di Hawks, Kubrick, Burton, Bresson, Hitchcock e la Bigelow la prima donna a vincere Oscar».
Lei cita sempre pochi film e registi italiani.
«Ho viaggiato e viaggio molto, perché penso che per scrivere di cinema occorra anche andare sui posti, quindi forse tralascio un po’ l’Italia. Posso dirle che ho apprezzato i “Vitelloni” di Fellini e “La fiamma che non si spegne” girato negli anni ’50 dal modenese Vittorio Cottafavi. Tra i giovani italiani seguo molto Garrone, Costanzo e Rosi».
Il primo film visto?
«Senz’altro un cartone della Disney e da piccolo anche “La conquista del west” e “Ben Hur” mi colpirono così come “Per un pugno di dollari” di Leone e i primi 007 della mia gioventù con ricchezza, super auto e belle donne. I miei genitori, Fernando ed Edmea, erano appassionati di cinema e io pure cerco di trasmettere la passione alle mie figlie Celeste e Bianca. Ho proprio avuto il bernoccolo per il cinema, visto che a cinque anni in una sala all’aperto in Adriatico caddi facendomi male davanti al megaschermo».
Ha dei rammarichi?
«La Truffaut e il 7B funzionano bene, speravo che all’ex Amcm andasse avanti il progetto di realizzare 2-3 sale cinematografiche d’essai con un centro servizi. Si sta anche parlando di un Polo dell’immagine contemporanea ma non si parla mai di cinema, lo trovo insensato. Inoltre sono favorevole al cinema nelle piazze del centro e apprezzo il lavoro del multiplex Victoria. È un cinema diverso dal nostro, ma quel luogo è organizzato benissimo».
Una curiosità infine, lei si veste in modo particolare.
«Mi vedo bene all’americana, con cappello, stivali e giacca di pelle: in realtà è un misto biker forse dettato dal fatto che, in moto, ho compiuto viaggi in mezzo mondo».
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