La folla e la cucina: grandi amori di Pavarotti
La Tosca, il “battesimo”, il cibo, gli arredi: curiosità dal libro dell’assistente Tino in uscita a maggio
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«La folla fa parte della mia vita... È quando non ci sarà più che inizierò a preoccuparmi». A parlare è Luciano Pavarotti e a raccogliere la confidenza privata è Edwin “Tino” Tinoco, l’assistente tuttofare peruviano che è stato per anni vicino all’indimenticabile tenore.
LA TOSCA LEGGENDARIA. Siamo al termine di un faticosissimo, ultimo, ruolo del pittore Cavaradossi nella Tosca di Giacomo Puccini, alla Metropolitan Opera House e Tino scrive: «Ce la fece anche in quella notte epica, una delle tante e diversa però da tutte le altre: in sipario c’era la gioia del trionfo attorcigliata alla malinconia del commiato. Pavarotti non sarebbe più morto su quel palcoscenico: il maestro stava dando l’addio alle scene alla Metropolitan Opera House. Piazza difficile ma lusinghiera, il teatro a lui così grato lo salutava in modo davvero friendly, srotolando un colossale striscione rosso e bianco: ‘We love you Luciano’. Era la sua 379esima e ultima volta a New York e la lirica non sarebbe più stata la stessa». Il pubblico lo adorava e al termine dello spettacolo aspettava Pavarotti sulla scena per tributargli l’ennesimo applauso di una vita incredibile partita nel quartiere di San Faustino e terminata il 6 settembre 2007.
Uno dei tanti aneddoti contenuti nel libro che l’ex assistente pubblica presso Aliberti Compagnia Editoriale di Reggio dal titolo “Pavarotti ed io”. Ieri il volume è stato presentato in anteprima a Milano, a Tempo di libri in Fiera a Rho, dal giornalista della Stampa Alberto Mattioli.
Ecco qualche anticipazione del volume in libreria dai primi di maggio.
IL NOME DELL’ASSISTENTE. «Mi chiamo Tinoco Silva Edwin Fredy, ma per tutti sono stato solo Edwin. Tranne che per Pavarotti. Il quale un giorno, dall’alto del suo inseparabile sgabello nero, mi disse: ‘ Spiegami un po’. Come mai un peruviano come te si chiama Edwin? Dovresti chiamarti Pedro, oppure José, magari Juan, insomma fare onore alla tua origine latina e soprattutto andina. So che non ne hai colpa perché non sei stato tu a sceglierti il nome, ma a cosa stava pensando tuo padre quando te l’ha dato?». «Le nuove generazioni del Perù», gli spiegai, «non si considerano più legate alla tradizione e preferiscono nomi anglosassoni. Forse mio padre aveva pensato che anche quelli spagnoli non erano in fondo che nomi stranieri e per giunta da ben maggior tempo, sicché tanto valeva cambiare origine». «Io allora ti chiamerò Tino», mi annunciò.
L’INCONTRO. «Da ragazzo non ero quello che sono poi diventato. La mia vita si divide tra un prima e un dopo: prima di Luciano Pavarotti e dopo il suo poderoso ingresso in scena».
LA CUCINA. «Il maestro pretendeva che nel suo appartamento fosse allestita una cucina completa di tutto punto, perché, come avrei sperimentato, amava cucinare da sé piatti italiani e di sua invenzione. Ma non poteva essere una cucina come tutte le altre. Dovendo tenere conto della stazza dell’artista, doveva essere proporzionalmente voluminosa. Non avevo mai sentito prima che potessero esistere cucine a misura d’uomo, ma la ri- chiesta fu proprio quella. La nostra squadra tecnica realizzò in fretta una cucina che meritava di essere brevettata, anche quanto al suo aspetto estetico. Oltre alla cucina, il divano doveva essere su misura, rialzato di venti centimetri rispetto allo standard. Del letto non fu richiesta alcuna modifica ma sotto il materasso doveva essere posta una spessa tavola di legno necessaria a proteggere la colonna vertebrale del maestro, il cui vero problema quotidiano era di alleggerire al massimo la sua mole. Le finestre della stanza da letto dovevano inoltre essere del tutto oscurate con carta stagnola perché il sonno del cantante non fosse interrotto, dopodiché nell’appartamento doveva essere presente un tavolo rotondo con quattro sedie, attorno al quale il maestro si sarebbe intrattenuto con il suo impresario e i collaboratori. ‘Per preparare il concerto’, pensai sul momento. Per giocare a carte, seppi dopo"Lasciamo al lettore il piacere di leggere tutte le oltre 200 pagine su un rapporto speciale.
(s.l.)
LA TOSCA LEGGENDARIA. Siamo al termine di un faticosissimo, ultimo, ruolo del pittore Cavaradossi nella Tosca di Giacomo Puccini, alla Metropolitan Opera House e Tino scrive: «Ce la fece anche in quella notte epica, una delle tante e diversa però da tutte le altre: in sipario c’era la gioia del trionfo attorcigliata alla malinconia del commiato. Pavarotti non sarebbe più morto su quel palcoscenico: il maestro stava dando l’addio alle scene alla Metropolitan Opera House. Piazza difficile ma lusinghiera, il teatro a lui così grato lo salutava in modo davvero friendly, srotolando un colossale striscione rosso e bianco: ‘We love you Luciano’. Era la sua 379esima e ultima volta a New York e la lirica non sarebbe più stata la stessa». Il pubblico lo adorava e al termine dello spettacolo aspettava Pavarotti sulla scena per tributargli l’ennesimo applauso di una vita incredibile partita nel quartiere di San Faustino e terminata il 6 settembre 2007.
Uno dei tanti aneddoti contenuti nel libro che l’ex assistente pubblica presso Aliberti Compagnia Editoriale di Reggio dal titolo “Pavarotti ed io”. Ieri il volume è stato presentato in anteprima a Milano, a Tempo di libri in Fiera a Rho, dal giornalista della Stampa Alberto Mattioli.
Ecco qualche anticipazione del volume in libreria dai primi di maggio.
IL NOME DELL’ASSISTENTE. «Mi chiamo Tinoco Silva Edwin Fredy, ma per tutti sono stato solo Edwin. Tranne che per Pavarotti. Il quale un giorno, dall’alto del suo inseparabile sgabello nero, mi disse: ‘ Spiegami un po’. Come mai un peruviano come te si chiama Edwin? Dovresti chiamarti Pedro, oppure José, magari Juan, insomma fare onore alla tua origine latina e soprattutto andina. So che non ne hai colpa perché non sei stato tu a sceglierti il nome, ma a cosa stava pensando tuo padre quando te l’ha dato?». «Le nuove generazioni del Perù», gli spiegai, «non si considerano più legate alla tradizione e preferiscono nomi anglosassoni. Forse mio padre aveva pensato che anche quelli spagnoli non erano in fondo che nomi stranieri e per giunta da ben maggior tempo, sicché tanto valeva cambiare origine». «Io allora ti chiamerò Tino», mi annunciò.
L’INCONTRO. «Da ragazzo non ero quello che sono poi diventato. La mia vita si divide tra un prima e un dopo: prima di Luciano Pavarotti e dopo il suo poderoso ingresso in scena».
LA CUCINA. «Il maestro pretendeva che nel suo appartamento fosse allestita una cucina completa di tutto punto, perché, come avrei sperimentato, amava cucinare da sé piatti italiani e di sua invenzione. Ma non poteva essere una cucina come tutte le altre. Dovendo tenere conto della stazza dell’artista, doveva essere proporzionalmente voluminosa. Non avevo mai sentito prima che potessero esistere cucine a misura d’uomo, ma la ri- chiesta fu proprio quella. La nostra squadra tecnica realizzò in fretta una cucina che meritava di essere brevettata, anche quanto al suo aspetto estetico. Oltre alla cucina, il divano doveva essere su misura, rialzato di venti centimetri rispetto allo standard. Del letto non fu richiesta alcuna modifica ma sotto il materasso doveva essere posta una spessa tavola di legno necessaria a proteggere la colonna vertebrale del maestro, il cui vero problema quotidiano era di alleggerire al massimo la sua mole. Le finestre della stanza da letto dovevano inoltre essere del tutto oscurate con carta stagnola perché il sonno del cantante non fosse interrotto, dopodiché nell’appartamento doveva essere presente un tavolo rotondo con quattro sedie, attorno al quale il maestro si sarebbe intrattenuto con il suo impresario e i collaboratori. ‘Per preparare il concerto’, pensai sul momento. Per giocare a carte, seppi dopo"Lasciamo al lettore il piacere di leggere tutte le oltre 200 pagine su un rapporto speciale.
(s.l.)
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