“Uffa che noia”: così s’impara a riscoprire la meraviglia
di Monica Tappa
In un tempo iperorganizzato i bambini perdono i contatti con le proprie emozioni Lasciamoli annoiare un po’ per renderli più forti e poi tornare a giocare con loro
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Davanti a me una Ferrari con la cam, di quelle che “fatti un giro nella Rossa e porta a casa il video per ricordo”. Dentro un papà e tre bimbi, tutti biondissimi, capelli al vento, braccia che si alzano e vanno a confondere la traiettoria dell’aria. Quando il papà accelera per qualche decina di metri si alza il rombo pieno e morbido del motore che va su di giri mentre l’accelerazione schiaccia tutti sul sedile. Ha un che di magico questo suono che sembra entrare sotto pelle e andare a sfiorare chissà che nervo, chissà che organo, visto che emoziona pure me, non particolarmente sensibile ai motori. Ogni volta, alla fine dell’accelerazione il papà cerca per una frazione di secondo con lo sguardo gli occhi dei bimbi dallo specchietto e non si capisce bene dove finisca il sorriso che li prende tutti. Tutti e quattro. È un attimo perfetto, un frammento d’infinito.
Probabilmente loro sono in vacanza, non come noi che coi bimbi a casa da scuola ci arrampichiamo a far incastri impossibili tra nonni baby sitter ludoteche e oratori. Ancora qualche giorno e finalmente un po’ di riposo anche per noi, che poi chiamarlo riposo è quasi un ossimoro visto che sai i pranzi le feste gli auguri il pic nic. Eppoi cosa gli faccio fare tutto il giorno?
Semplice. Facciamoli annoiare. Facciamoli annoiare, per un po’. È importante. Per un attimo si cristallizza il calendario di scuola calcio tennis nuoto ballo musica yudo karate, lasciamoli annoiare.
“La capacità di annoiarsi permette al bambino di crescere” scriveva qualche decennio fa (era il 1993) Adam Phillips nel suo libro “Sul bacio, il solletico e la noia”. «Se i genitori trascorrono tutto il loro tempo a riempire il tempo libero dei loro figli, il bambino non avrà mai la possibilità di imparare a fare questo per se stesso» conferma la psicologa infantile londinese, Lyn Fry perché «La noia è il fattore trainante, è il modo migliore per rendere i bambini autosufficienti».
Il vero problema è che in un tempo iperorganizzato, come il nostro, il bambino non riesce a stare in contatto con le sue emozioni (nulla di nuovo, lo si sente dire spesso, eppure facciamo finta di non sentire, salvo poi lamentarci perché “mio figlio è ingestibile schizzato isterico oppositivo fa i capricci non sta fermo non si sa gestire”). In fondo, ammettiamolo, la noia ci fa paura e la frase uffa che noia, spesso, ancora di più.
Si intitola proprio “Uffa, che noia!” un albo illustrato appena arrivato in libreria. Lo consigliano per i più piccoli, a partire dai 3 anni, ma una sfogliata val la pena proprio di darcela, trovandolo tra gli scaffali. È di Heinrike Wilson, con traduzione di Alessandra Petrelli e Chiara Belliti, Beisler Editore. Racconta la storia di un piccolo orso che, appunto, si annoia, eppure è proprio dalla noia che nasce un modo diverso di vedere la realtà e il mondo che lo circonda. Aiuta tantissimo noi adulti a riaprire quella finestrella dei ricordi che forse abbiamo sigillato troppo in fretta. E sì, magari aiuta anche i bambini, anche se il loro punto di riferimento siamo noi, no?
E dopo la noia, che sia andare a tavoletta con una Ferrari, o usare paletta e secchiello e fare castelli di sabbia o corse tra le onde, camminate nei boschi, pic nic e nuvole che cambiano forma, cerchiamo lo sguardo che avevano quei bimbi biondissimi che ridevano tutti. Dai. Prendiamoci un po’ di tempo per e con loro. Almeno in questi giorni di festa. Che poi ci sono i compiti e la routine. E sui primi ci sarebbe molto da dire. Perché “compiti per le vacanze” è un ossimoro. È una generazione che non si annoia, non si riposa, non si diverte, non gioca, in fondo fa compiti tutti i giorni, non solo scolastici. Riprendiamoci la meraviglia. Ce lo meritiamo tutti qualche momento col motore che canta, su di giri, nella vita.
Probabilmente loro sono in vacanza, non come noi che coi bimbi a casa da scuola ci arrampichiamo a far incastri impossibili tra nonni baby sitter ludoteche e oratori. Ancora qualche giorno e finalmente un po’ di riposo anche per noi, che poi chiamarlo riposo è quasi un ossimoro visto che sai i pranzi le feste gli auguri il pic nic. Eppoi cosa gli faccio fare tutto il giorno?
Semplice. Facciamoli annoiare. Facciamoli annoiare, per un po’. È importante. Per un attimo si cristallizza il calendario di scuola calcio tennis nuoto ballo musica yudo karate, lasciamoli annoiare.
“La capacità di annoiarsi permette al bambino di crescere” scriveva qualche decennio fa (era il 1993) Adam Phillips nel suo libro “Sul bacio, il solletico e la noia”. «Se i genitori trascorrono tutto il loro tempo a riempire il tempo libero dei loro figli, il bambino non avrà mai la possibilità di imparare a fare questo per se stesso» conferma la psicologa infantile londinese, Lyn Fry perché «La noia è il fattore trainante, è il modo migliore per rendere i bambini autosufficienti».
Il vero problema è che in un tempo iperorganizzato, come il nostro, il bambino non riesce a stare in contatto con le sue emozioni (nulla di nuovo, lo si sente dire spesso, eppure facciamo finta di non sentire, salvo poi lamentarci perché “mio figlio è ingestibile schizzato isterico oppositivo fa i capricci non sta fermo non si sa gestire”). In fondo, ammettiamolo, la noia ci fa paura e la frase uffa che noia, spesso, ancora di più.
Si intitola proprio “Uffa, che noia!” un albo illustrato appena arrivato in libreria. Lo consigliano per i più piccoli, a partire dai 3 anni, ma una sfogliata val la pena proprio di darcela, trovandolo tra gli scaffali. È di Heinrike Wilson, con traduzione di Alessandra Petrelli e Chiara Belliti, Beisler Editore. Racconta la storia di un piccolo orso che, appunto, si annoia, eppure è proprio dalla noia che nasce un modo diverso di vedere la realtà e il mondo che lo circonda. Aiuta tantissimo noi adulti a riaprire quella finestrella dei ricordi che forse abbiamo sigillato troppo in fretta. E sì, magari aiuta anche i bambini, anche se il loro punto di riferimento siamo noi, no?
E dopo la noia, che sia andare a tavoletta con una Ferrari, o usare paletta e secchiello e fare castelli di sabbia o corse tra le onde, camminate nei boschi, pic nic e nuvole che cambiano forma, cerchiamo lo sguardo che avevano quei bimbi biondissimi che ridevano tutti. Dai. Prendiamoci un po’ di tempo per e con loro. Almeno in questi giorni di festa. Che poi ci sono i compiti e la routine. E sui primi ci sarebbe molto da dire. Perché “compiti per le vacanze” è un ossimoro. È una generazione che non si annoia, non si riposa, non si diverte, non gioca, in fondo fa compiti tutti i giorni, non solo scolastici. Riprendiamoci la meraviglia. Ce lo meritiamo tutti qualche momento col motore che canta, su di giri, nella vita.
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