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Giovane modenese tra i migliori studiosi di cellule e tumori 

Eleonora Degoli
Giovane modenese tra i migliori studiosi di cellule e tumori 

Lorenzo Canti, brilla alla Scuola Europea di Medicina Molecolare: «La ricerca vuole agire sulle staminali legate al cancro»

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MODENA. C’è anche un modenese tra i giovani ricercatori premiati dalla Fondazione Veronesi. Ieri, nella sede dell’Unicredit Pavilion a Milano, si è tenuta la prima cerimonia di consegna dei grant (borse di studio) dopo la scomparsa di Umberto Veronesi. Sono state 194 gli attestati distribuiti ai migliori studiosi, e tra questi figura un 25enne modenese, Lorenzo Canti. Al primo anno di dottorato presso la Scuola Europea di Medicina Molecolare (Semm), è stato uno dei 17 dottorandi ad essere ricompensato con la borsa di studio annuale della Fondazione, pari a 1160 euro al mese. 
Cosa significa per lei aver ricevuto questo grant?
«Innanzitutto è una grandissima emozione perché conosciamo tutti il professor Umberto Veronesi e ciò che lui ha fatto per la cura contro il cancro e per il progresso della medicina in generale. Per me è quindi un onore essere premiato da questo ente che ha sempre creduto nei giovani e nella ricerca in un Paese attualmente investito dalla crisi economica. Inoltre è un enorme traguardo personale, prima di tutto perché ho sempre voluto, nel caso decidessi di rimanere in Italia, vivere e compiere le mie ricerche a Milano, uno dei maggiori poli scientifici italiani. È quindi una grande soddisfazione per me essere qui».
Come è entrato nella Fondazione? 
«Ho dovuto affrontare una selezione, comprensiva di prova scritta, orale e colloquio privato con il Principal investigator, ovvero il capo della mia ricerca. Prima di questa prova c’è stata una preselezione basata sul curriculum. Circa una novantina di persone hanno poi avuto modo di affrontare il test vero e proprio, ma solo una ventina hanno ottenuto la borsa di studio, alla fine».
 
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Secondo lei cos’è stato determinante nel suo curriculum? 
«Forse l’esperienza di tre mesi negli Stati Uniti. Ho ottenuto la lode sia all’università triennale di Modena in Biotecnologie, sia nella specialistica in Biotecnologie Mediche di Bologna, ma a parte questo non mi pare di aver presentato un curriculum eccezionale, non avevo nemmeno una pubblicazione. Probabilmente hanno guardato anche gli argomenti trattati nelle tesi di laurea».
Cosa rappresenta per lei la figura di Umberto Veronesi? 
«È sempre stata di ispirazione per me, oltre a quella di Rita Levi Montalcini. Ho sempre guardato a lui come a un luminare della scienza, ma anche come a una persona che ha sempre saputo avere un impatto emotivo sui suoi pazienti, non solo come medico, anche come uomo. Spesso ho sentito ai suoi funerali le testimonianze di alcuni pazienti e tutti l’hanno ricordato con molto affetto. Io non l’ho mai incontrato personalmente, però mi viene da dire che anche dal punto di vista umano fosse veramente speciale».
Di cosa si occupa nel suo laboratorio?
«Studio le differenze tra le cellule staminali normali e quelle cancerose in termini di proteine, cioè il prodotto genetico di queste cellule. In altre parole: così come le cellule staminali rinnovano il loro tessuto normale, le cellule staminali del cancro sono capaci di riformare il tumore, anche qualora esso venga attaccato o asportato. Lo scopo della ricerca è quello di trovare un target terapeutico per intaccare il tumore e non il tessuto sano, oltre che per far morire le staminali che rinnovano il tessuto tumorale. Finché esse non muoiono, il tessuto tumorale continua a riformarsi. Le cellule staminali del cancro sono ad oggi ritenute le maggiori responsabili del risveglio del tumore anche dopo la sua eradicazione. Questo perché la terapia colpisce le cellule tumorali normali, mentre le staminali permangono».
Cosa vuol dire fare ricerca?
«Per me significa evoluzione. Sia delle proprie conoscenze, sia delle conoscenze dell’umanità. Tutte le più grandi scoperte sono state fatte pensando a ciò che in passato non poteva andare bene. Basandoci sui nostri predecessori possiamo migliorare scoperte già fatte sia farne di nuove cercando di non ripetere gli stessi errori».

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