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cronaca

Il pentito Femia sbarca ad Aemilia 

Depositati i verbali del nuovo collaboratore, condannato per minacce a Tizian


28 aprile 2017


REGGIO EMILIA. Il secondo pentito della ’ndrangheta emiliana irrompe nel processo Aemilia. Ieri il procuratore della Dda, Marco Mescolini, ha depositato al processo in corso a Reggio il primo verbale delle dichiarazioni rese da Rocco Femia, il boss condannato all’esito dell’ inchiesta Black Monkey (quella delle slot taroccate e delle minacce a Giovanni Tizian). Un atto formale, il primo, che salda due delle più gravi inchieste su metodi e infiltrazioni delle mafie in Emilia Romagna.
D’altra parte il nome di Femia e dei suoi famigliari era già emerso più volte ad Aemilia. E ieri sono stati ripercorsi nuovi particolari dell’amicizia che legava Femia a Michele Bolognino, il capobastone al carcere duro, considerato il mandante nella provincia di Parma della ’ndrangheta emiliana, oltre il fornitore di manodopera (incluso il genero del superboss Nicolino Grande Aracri) alla Bianchini di San Felice. Dalla testimonianza del maresciallo Emidio D’Agostino (chiamato a confermare le rivelazioni dell’altro pentito, Pino Giglio) sono emerse le telefonate intercettate dai carabinieri tra Femia e Bolognino, per l’affare di un ristorante da aprire in Romagna, a Punta Marina. Una frequentazione intensa: «Rocco vuole che ci sia lui...».
Nell’udienza di ieri (da martedì scatta uno si è rifiutato invece di parlare Antonio Gullà, prestanome dei Vertinelli, già condannato a Bologna, in abbreviato. Stessa decisione del famoso “volto tv” (c’è chi si rifiuta di chiamarlo giornalista) Marco Gibertini, quello che voleva portare alle partite e alle cene del Carpi la gente al comando della ’ndrangheta emiliana. Era anche attesa la commercialista Tattini (a sua volta condannata a Bologna), quella che al telefono si vantava col padre di lavorare per gli importanti boss della cosca. Ha parlato invece il ragionier Mario Mazzocchi, di fatto un prestanome, utilizzato anche dai Giglio per “ripulire” 4 aziende. Il ragioniere ha ammesso di essere titolare di 17 aziende inattive, che acquisiva quando «avevano dei problemi»: «Per risanarle rilevavo queste aziende in cambio di compensi, 40mila euro per quattro aziende», ha detto destando “curiosità”, sulla circostanza che si venga pagati per acquisire aziende. Ma la testimonianza più scoppiettante è stata quella di Abdelgawad Ibrahim l’egiziano, (ex) amico di Michele Bolognino. Ha raccontato di come Bolognino lo avesse invitato nel suo night, e da lì fosse nata una intensa collaborazione tra prestiti, quote rilevate dei night e l’apertura del ristorante Ariete di Parma: dove l’egiziano - considerato a sua volta prestanome - assunse i figli di Bolognino. Uno dei quali, Domenico, voleva comandare, dopo l’arresto del padre: «Una volta mi trovai nel locale decine di brutte facce - ha detto l’egiziano - Ho scoperto che Domenico aveva litigato al night e stava arrivando una banda di sudamericani, per vendicarsi. Questi che avevo nel locale si preparavano con le armi. Li cacciai», ha detto, smentito dal carcere da Bolognino. (ase)

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