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cronaca

Aemilia Ter, l’ombra dei Servizi segreti 

Quattro degli indagati chiedevano soldi alle ditte per favorirle, raccontando di appartenere a “corpi riservati dello Stato”


29 aprile 2017 di Alberto Setti


E ti pareva se nell’inchiesta Aemilia non ci si infilavano in qualche modo personaggi che lasciavano intendere di venire dai... servizi segreti. Un modo per accreditarsi agli occhi degli imprenditori che cercavano in ogni modo di farsi reinserire nelle white list per accedere agli appalti post sisma, dalle quali la Prefettura li aveva invece esclusi, per il rischio di infiltrazioni mafiose. Se qualche imprenditore contattato, e disposto a versare 50mila euro a “prestazione” ci è caduto (sono noti i casi Baraldi e Bianchini), così come ci sono caduti rappresentanti di associazioni imprenditoriali, sindacati e funzionari della prefettura di Modena, non ci sono invece caduti i sostituti procuratori della Dda di Bologna. Per i pm Ronchi e Mescolini si trattava di millantatori che «accreditando la propria appartenenza ad ambiti riservati dello Stato», raccoglievano illecitamente informazioni riservate in particolare in prefettura a Modena. Ma «in assenza di alcuna legittima autorizzazione allo svolgimento di attività di investigazione privata» nel modenese. Anzi, «raccogliendo illegalmente le informazioni da funzionari all’interno della Prefettura» di Modena.
Sono in tutto quattro gli indagati di questa organizzazione: parliamo dell’agenzia di investigazione Safi srl, con sede a Melegnano, sede occulta in Croazia e ufficio operativo a Modena, in occasione del post terremoto.
Mentre il delegato sindacale della Cisl, che se li era trovati davanti in Confindustria Modena durante una trattativa, è arrivato a dar loro credibilità al punto da tenersi il biglietto da visita, contro Safi - che si vantava di poter far riammettere le ditte alla white list, si era scagliata la Cgil. Nei giorni scorsi, si ricorderà, è emerso al processo Aemilia che questo sindacato aveva presentato un esposto alla Procura.
I quattro si erano presentati come avvocati, o ex funzionari della Guardia di Finanza, o dell’esercito. Anche al primo imprenditore contattato avevano lasciato intendere di essere stati dei Servizi segreti. Un contesto che sarà chiarito dal processo.
Intanto sono finiti nel registro degli indagati Ilaria Colzi, toscana di Prato, 55 anni; Alessandro Tufo, beneventano, 57 anni; Giuliano Michelucci, 54 anni, fiorentino; e Giulio Musto, 52 anni, nato a Milano.
Tufo e Michelucci, quando è partita l’inchiesta Aemilia Ter sugli spifferoni o traditori di Stato dentro la prefettura di Modena, erano anche stati convocati dai pm della Dda di Bologna, a febbraio del 2016. E oltre alle altre accuse sulla rivelazione dei segreti di Stato si sono anche beccati una iscrizione nel registro degli indagati per “false informazioni al pubblico ministero”: nel tentativo di negare le loro responsabilità, hanno di nuovo evocato «di avere operato per strutture riservate dello Stato» (insomma, per i servizi segreti...).
«Il tutto per accrescere volontariamente la coltre di incomprensibilità del ruolo giocato» nella vicenda delle white list a Modena. Di certo in questa coltre di fumoso misticismo da film, è caduto - indagato - il dipendente della prefettura di Modena, Daniele Lambertucci.
Il quale in un incontro con la Colzi avvenuto a novembre del 2013, le riferiva “notizie riservate sui procedimenti di iscrizione alle white list”. E non solo sulla Bianchini o sulla Baraldi.
Nelle perquisizioni, i carabinieri e i magistrati della Dda hanno trovato appunti e riferimenti relativi anche ad altre ditte che in quel periodo che potevano finire nella contrattazione dei cinquantamila euro.
I magistrati finora sono risaliti alle ditte Coge srl, alla Lami costruzioni, Ibatici Group, Bettelli Recuperi, Costruzioni Alba, Martino Costruzioni.... E così questa inchiesta su Giovanardi e gli altri 11 indagati, i cui protagonisti possono pure aver agito in modo autonomo tra loro, ma di fatto sinergico, si disvela come un pozzo senza fondo.

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