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Modena, l’eredità dei gemelli Delfini andrà alla Diocesi

di Saverio Cioce
Modena, l’eredità dei gemelli Delfini andrà alla Diocesi

Arrivato da Roma il placet per l’accettazione con riserva del lascito che il medico suicida ha donato alla Chiesa modenese

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MODENA. A un anno di distanza dal suicidio del dottor Giulio Delfini, presidente di Villa Igea e che lasciava tutti i suoi beni alla Chiesa, è arrivata la risposta ufficiale del Vaticano.
L’eredità, quasi 12 milioni di euro dopo un dettagliatissimo inventario durato dieci mesi con la presenza di tutte le parti in causa, è stata accettata ufficialmente dalla Curia di Modena. Il via libera è arrivato dalla Congregazione per il Clero che ha autorizzato il nostro vescovo Erio Castellucci ad attivarsi per porre in atto tutto ciò che è necessario per mettere in sicurezza i beni e poterli poi trasferire.

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Sin qui i laboriosi passaggi ufficiali che hanno visto affluire, per ora sulla carta, la più cospicua eredità dell’ultimo mezzo secolo nelle casse della Diocesi. Non ci sono soltanto immobili ma anche titoli, un poco di contante e soprattutto un terzo di Villa Igea, la casa di cura alla periferia di Modena che si occupa delle cure per le malattie nervose; assieme a questa c’è la partecipazione con gli stessi soci, e sempre per un terzo, nell’analoga casa di cura Maria Luigia a Parma.

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«È l’eredità più importante arrivata nell’ultimo quarantennio» commentano sottovoce in Curia; ma con un sospiro perché il contenzioso legale è dietro l’angolo.
Se il lascito dell’appartamento di una vedova è prassi frequente, non così è per un passaggio di proprietà così sofferto, a partire dalle modalità con cui è avvenuto.
Il testamento è stato scritto di suo pugno da Giulio Delfini, 72 anni, poco dopo essere rientrato nell’abitazione di Rua Muro dopo una giornata di lavoro all’interno di Villa Igea, di cui era presidente. Una volta nell’appartamento la macabra scoperta: il corpo del fratello Paolo, 71 anni, giaceva senza vita nel letto, in camera.

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Il suo equilibrio è stato scosso in maniera irreversibile. Ha preso carta e penna e la pistola regolarmente detenuta, ha scritto il testamento e l’ha lasciato sul tavolo.
Con una grafia minuta ha dettato per chi sarebbe venuto di lui le ultime volontà. «Lascio tutto ciò che possiedo, tolto quanto dovuto al fisco ( e tolta l’eventuale legittima spettante ai parenti) alla Chiesa cattolica secondo il desiderio di mio fratello Paolo. Io decido di porre fine alla mia esistenza in vita».

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Momenti terribili, sconvolgenti, gli ultimi istanti di vita di Giulio Delfini. Che però non gli hanno impedito di portare a termine il suo disegno.
Prima di spararsi un colpo al cuore, seduto sulla poltrona, ha scritto una seconda copia del testamento, sempre a mano e identico al primo, avendo cura di metterlo in un cassetto di uno dei mobili di casa.

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Quando pochi mesi fa, nel corso di uno degli ultimi inventari, i notai e i curatori hanno scoperto il foglio seminascosto tra altri oggetti e carte, sono rimasti senza parole. Impietriti. Pur nello strazio della decisione imminente Delfini ha avuto la freddezza di nascondere una seconda copia nel caso la prima potesse andare dispersa per il trambusto seguito al ritrovamento dei due cadaveri.

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«Il dottor Giulio Delfini era lucido quando ha messo in atto il suo proposito - si limita a commentare l’avvocato Alberto Della Fontana, che per conto della Curia modenese segue la vicenda - Pochi pensieri chiari per disporre del patrimonio, una scrittura chiara e senza tentennamenti. Due copie del testamento olografo, con l’accortezza di lasciarne una seconda copia distante dalla prima, per farla trovare solo in un secondo momento. E così è stato».

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