Giacomo Pavesi, il neurochirurgo di Modena che ha sfidato il Sahara
di Filippo Franchini
Il direttore della struttura di Baggiovara tornato dal deserto: «Lì i problemi ogni giorno sono acqua, scorpioni e vesciche»
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Ad ascoltare Giacomo Pavesi parlarne con voce calma ed atteggiamento misurato, verrebbe da credere che la Marathon des Sables sia una banale corsetta domenicale. La realtà è tutt'altra cosa. C’è una ragione se i 250 km da percorrere nel deserto del Sahara, spalmati su 5 tappe in autosufficienza, rappresentano la vetta per ogni ultramaratoneta. Il limite dell’irrazionale.
La storia. Proprio quello che il neurochirurgo classe 1966 ha valicato con successo dal 7 al 17 aprile, portando a termine la massacrante competizione nel deserto marocchino. Direttore dal 2011 della Struttura Complessa di Neurochirurgia presso l’Ospedale Civile Estense di Baggiovara, Pavesi ha completato la sua fatica dopo 35 ore, 7 minuti e 29 secondi: performance che gli è valsa un ottimo 198° piazzamento assoluto in una gara epica da 1094 atleti al traguardo sui 1198 partenti. «È stata un’esperienza forte, appagante, di certo non la rifarò - il sorriso di Pavesi è accennato, ma la soddisfazione è palpabile. Finisci a chiederti più e più volte, nei giorni di gara, chi te l’abbia fatto fare. È tutto così distante, che entri sul serio in contatto con te stesso e la vera sfida sta tutta lì».
La condivisione. Pavesi ha condiviso le emozioni della sua impresa con gli amici del Club La Meridiana. Insieme a lui, il preparatore Fabio Spezzani, che ne ha curato la condizione atletica nella fase di avvicinamento alla gara. «La giusta preparazione fisica, soprattutto in gare di questo tipo, è fondamentale - spiega Pavesi. Senza un’adeguata base costruita nel tempo e tanti chilometri sulle gambe, la testa da sola non basta ad arrivare in fondo. Conciliare allenamenti di questa intensità col mio lavoro non è stato facile: mi sono ritagliato il tempo per correre in orari flessibili, la sera tardi, la notte o al mattino presto, concentrando i lavori lunghi nel week end. Ho la fortuna inoltre di poter contare su un’equipe altamente qualificata, sapevo di potermi fidare ciecamente anche quando non ero fisicamente presente in reparto e in sala operatoria».
La sabbia. Dopo la preparazione, l’impatto con il Sahara. «A parte il terribile tragitto in autobus dall’hotel di Ouarzazate al campo gara di Merzouga - scherza Pavesi - la giornata inaugurale al bivacco prima della partenza è quella mentalmente più devastante. Sono 24 ore in cui aspetti solo di iniziare ed al contempo sale l’ansia, ti assilla l’idea di aver sbagliato tutto nell’allestimento dello zaino di gara e ti trovi faccia a faccia con il deserto».
I particolari. Un lungo check in, l’ultimo pasto nell’accampamento di tende berbere e la consegna del road book che diventerà la Bibbia per una settimana. «Sai di avere in spalla la tua sopravvivenza. Negli 8 chili dello zaino devi stipare 14 mila chilocalorie di cibo liofilizzato, la pompa aspira veleno per gli scorpioni, il pentolino, un materassino, il coltellino e la bussola. Bisogna selezionare per non avere eccessivo peso al seguito ed evitare al tempo stesso che ti manchi l’indispensabile».
La sopravvivenza. E l’acqua diventa oro. «I nove litri al giorno che l’organizzazione centellina per ogni concorrente, fra partenza ed arrivo della tappa, sono la cosa più preziosa. Devono bastare per idratarsi, per cucinare, poco e qualche goccia per l’igiene. Disidratazione e vesciche sono i tuoi peggiori nemici: occorre bere poco e spesso, tenere un’andatura quanto più possibile regolare ed evitare che la sabbia entri nelle scarpe. Io non ho mai avuto problemi con le vesciche, ma, visto che si era diffusa la voce che fossi un medico, devo ammettere che ho visto piedi devastati. Al sole ci si abitua, ai 50 gradi anche, perché spesso il vento altera la percezione del calore, ma se si va in carenza d’acqua o cedono le scarpe ed arrivano le vesciche, allora è finita».
L’emozione. Sette giorni di distacco dalla realtà. «Il deserto ti avvolge, brucia di giorno e si gela la notte. Nella tenda eravamo in sei italiani, fra cui Marco Olmo (leggenda: 46° assoluto a 69 anni d’età, ndr): solo in tre siamo arrivati alla fine. Si crea cameratismo e si attenua l’assenza di contatto col mondo, quello che giungeva solo dalla mail cartacea dei propri cari, che l’organizzazione recapitava ai concorrenti la sera». Prossima sfida con se stesso a settembre, quando Giacomo affronterà il Tor des Geants in Valle d’Aosta.
La storia. Proprio quello che il neurochirurgo classe 1966 ha valicato con successo dal 7 al 17 aprile, portando a termine la massacrante competizione nel deserto marocchino. Direttore dal 2011 della Struttura Complessa di Neurochirurgia presso l’Ospedale Civile Estense di Baggiovara, Pavesi ha completato la sua fatica dopo 35 ore, 7 minuti e 29 secondi: performance che gli è valsa un ottimo 198° piazzamento assoluto in una gara epica da 1094 atleti al traguardo sui 1198 partenti. «È stata un’esperienza forte, appagante, di certo non la rifarò - il sorriso di Pavesi è accennato, ma la soddisfazione è palpabile. Finisci a chiederti più e più volte, nei giorni di gara, chi te l’abbia fatto fare. È tutto così distante, che entri sul serio in contatto con te stesso e la vera sfida sta tutta lì».
La condivisione. Pavesi ha condiviso le emozioni della sua impresa con gli amici del Club La Meridiana. Insieme a lui, il preparatore Fabio Spezzani, che ne ha curato la condizione atletica nella fase di avvicinamento alla gara. «La giusta preparazione fisica, soprattutto in gare di questo tipo, è fondamentale - spiega Pavesi. Senza un’adeguata base costruita nel tempo e tanti chilometri sulle gambe, la testa da sola non basta ad arrivare in fondo. Conciliare allenamenti di questa intensità col mio lavoro non è stato facile: mi sono ritagliato il tempo per correre in orari flessibili, la sera tardi, la notte o al mattino presto, concentrando i lavori lunghi nel week end. Ho la fortuna inoltre di poter contare su un’equipe altamente qualificata, sapevo di potermi fidare ciecamente anche quando non ero fisicamente presente in reparto e in sala operatoria».
La sabbia. Dopo la preparazione, l’impatto con il Sahara. «A parte il terribile tragitto in autobus dall’hotel di Ouarzazate al campo gara di Merzouga - scherza Pavesi - la giornata inaugurale al bivacco prima della partenza è quella mentalmente più devastante. Sono 24 ore in cui aspetti solo di iniziare ed al contempo sale l’ansia, ti assilla l’idea di aver sbagliato tutto nell’allestimento dello zaino di gara e ti trovi faccia a faccia con il deserto».
I particolari. Un lungo check in, l’ultimo pasto nell’accampamento di tende berbere e la consegna del road book che diventerà la Bibbia per una settimana. «Sai di avere in spalla la tua sopravvivenza. Negli 8 chili dello zaino devi stipare 14 mila chilocalorie di cibo liofilizzato, la pompa aspira veleno per gli scorpioni, il pentolino, un materassino, il coltellino e la bussola. Bisogna selezionare per non avere eccessivo peso al seguito ed evitare al tempo stesso che ti manchi l’indispensabile».
La sopravvivenza. E l’acqua diventa oro. «I nove litri al giorno che l’organizzazione centellina per ogni concorrente, fra partenza ed arrivo della tappa, sono la cosa più preziosa. Devono bastare per idratarsi, per cucinare, poco e qualche goccia per l’igiene. Disidratazione e vesciche sono i tuoi peggiori nemici: occorre bere poco e spesso, tenere un’andatura quanto più possibile regolare ed evitare che la sabbia entri nelle scarpe. Io non ho mai avuto problemi con le vesciche, ma, visto che si era diffusa la voce che fossi un medico, devo ammettere che ho visto piedi devastati. Al sole ci si abitua, ai 50 gradi anche, perché spesso il vento altera la percezione del calore, ma se si va in carenza d’acqua o cedono le scarpe ed arrivano le vesciche, allora è finita».
L’emozione. Sette giorni di distacco dalla realtà. «Il deserto ti avvolge, brucia di giorno e si gela la notte. Nella tenda eravamo in sei italiani, fra cui Marco Olmo (leggenda: 46° assoluto a 69 anni d’età, ndr): solo in tre siamo arrivati alla fine. Si crea cameratismo e si attenua l’assenza di contatto col mondo, quello che giungeva solo dalla mail cartacea dei propri cari, che l’organizzazione recapitava ai concorrenti la sera». Prossima sfida con se stesso a settembre, quando Giacomo affronterà il Tor des Geants in Valle d’Aosta.
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