Gazzetta di Modena

Modena

Solidarietà al Meucci, mille in piazza 

di Valeria Cammarota
Solidarietà al Meucci, mille in piazza 

Manifestazione fino al Comune. I ragazzi “proteggono” i tre compagni arrestati e gli adulti della scuola fanno mea-culpa

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Un migliaio di persone ha sfilato per le vie di Carpi al corteo organizzato da studenti e docenti dell’istituto Meucci a sostegno della scuola. Partito intorno alle 11 da via dello Sport, seguita a vista da una discreta presenza di forze dell’ordine, la manifestazione ha via via accolto anche delegazioni delle altre scuole superiori cittadine, percorrendo via Peruzzi, via Catellani, via San Francesco e corso Alberto Pio, giungendo infine di fronte al municipio. L’intera scuola ha partecipato, in modo silenzioso, affidando i propri pensieri agli striscioni: “L’ignoranza è una colpa solo quando è volontaria” a firma dei ragazzi della 4G; “L’istruzione è l’arma più potente per il cambiamento”; “Il Meucci non molla”; “Articolo 34 della Costituzione: la scuola è aperta a tutti... ma non ai bus”. A ingrossare le fila del corteo, la preside Teresa De Vito, il presidente del Consiglio Davide Dalle Ave e l’assessore all’Istruzione Stefania Gasparini: «Grazie per essere qui - ha detto - a dimostrare vicinanza e attaccamento alla scuola. Il Meucci è la vostra casa, un territorio che dev’essere libero e difeso da ogni strumentalizzazione». Alla fine c’erano in tutto 900 studenti e un centinaio di docenti.
IL VESCOVO
Era presente anche monsignor Francesco Cavina. «Questi ragazzi hanno voluto dimostrare che credono nell’importanza della scuola e nel valore dell’educazione. Per questo mi è sembrato bello partecipare. Aiutiamoli ad avere una bella vita».
I RAGAZZI
Allievi e professori hanno riflettuto sul raid dei vandali, che hanno rubato bus e devastato l’ingresso del Meucci. «Questa non è una manifestazione di protesta contro nessuno - ha detto una studentessa - Non vogliamo giudicare o incolpare. È un atto simbolico di unità della scuola, intesa come persone. Non si può far finta che nulla sia successo, ma dobbiamo essere uniti». Palpabile la solidarietà degli studenti verso i compagni fermati dalle forze dell’ordine. «C’è chi li chiama delinquenti: io li chiamo ragazzi non aiutati - è stato il commento di un compagno - Io non mi sono accorto del suo malessere, quindi non soffermiamoci sull’atto, ma chiediamocene il perché». Unanimità nel ritenere sia fondamentale non giudicare i tre giovani senza conoscere i fatti: “sono ragazzi come noi, solo con qualche difficoltà in più. È l’assenza degli adulti a ripercuotersi su queste vite. E loro, lesionando la scuola, hanno lesionato l’unico luogo che poteva aiutarli».
IL VALLAURI
Tra i rappresentanti degli altri istituti c’era il professor Paolo Gera del Vallauri, che ha preso le mosse da un videogioco molto popolare tra i giovani, Gta. «Un gioco dove ci si diverte a investire persone e animali. È importante capire che non esiste la realtà virtuale, ma una realtà viva intorno a noi. Noi adulti dobbiamo essere capaci - perché non sappiamo più farlo - di insegnarvi che intorno a noi c’è una realtà piena di sofferenza, di dolore, in cui bisogna profondere impegno. La scuola, in primo luogo, dev’essere un luogo dove i ragazzi possano ritrovarsi. Allora, bisogna aprirla il pomeriggio, restituire valore al lavoro degli insegnanti, creare spazi a Carpi dove i ragazzi possano incontrarsi e parlare. Questo chiediamo a scuola e Comune».
LA PROF. GASPARINI
Ne è emersa un’assunzione di responsabilità soprattutto da parte degli adulti. «Qualcuno si perde nel corso del proprio cammino di crescita e non sono solo tre, ma tanti - ha detto Alessandra Gasparini, professoressa del Meucci - Questi ragazzi avevano più bisogno di noi e noi non ce ne siamo accorti. I giovani si perdono perché la famiglia non si è accorta che si stavano perdendo. Non nascondiamo le nostre responsabilità di adulti attraverso parole come mostri, criminali, vandali: se facciamo così non cambierà mai nulla. Uno di questi giovani, mio alunno, sono convinta che, indirizzato diversamente, avrebbe potuto diventare una brava persona: non ce n’è stato il tempo. Lo abbiamo aiutato in tutti i modi possibili, ma c’era un malessere in lui che nessuno di noi ha colto pienamente».

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