Policlinico di Modena, il direttore di Oncologia: «Facciamo ricerca, non annunci illusori»
di Davide Berti
Il professor Stefano Cascinu: «Ai pazienti parliamo, consigliamoli e rispettiamoli. Insistiamo su screening e stili di vita»
5 MINUTI DI LETTURA
A proposito dell’unificazione dei due grandi ospedali modenesi, il professor Stefano Cascinu, direttore della struttura complessa di Oncologia del Policlinico, è appena rientrato da una consulenza a Baggiovara. Camice bianco, corsia e dietro la scrivania fatica a sedersi: «Non possiamo perderci tra le carte se prima non siamo stati in mezzo ai pazienti». Già, ma il ruolo del primario è anche quello di coordinare. E lui, curriculum di tutto rispetto tra Italia e Stati Uniti, da un anno e mezzo è arrivato con due priorità: ordine e rilancio.
Professor Cascinu , ci sta riuscendo?
«Modena è una grande realtà ed è sempre stata nel mio destino, fin dal primo concorso da associato nel 1998. Devo dire che i primi tempi non sono stati facili per nulla: la struttura è complessa, ha avuto tensioni note a tutti e rimettere insieme il clima è stato il primo passo da compiere. La sintonia col preside c’è stata fin dal primo minuto, e le due persone che mi hanno convinto a trasferirmi, in questo anno e mezzo sono sempre state al mio fianco nei momenti delle scelte: non so se i modenesi sanno che fortuna hanno ad avere dirigenti come il dg del Policlinico e il rettore al comando di queste istituzioni».
I modenesi conoscono di più i medici che incontrano tutti i giorni.
«Il momento della sanità è certamente delicato, ma tra medico e paziente io credo molto nel rapporto di fiducia. Viviamo in una regione che ha livelli molto alti di assistenza, gli screening preventivi che ci sono qui sono impensabili altrove. Il problema è che la popolazione invecchia e i livelli essenziali saranno sempre più difficili da mantenere. Per questo le scelte di oggi sono fondamentali».
Come i due ospedali uniti?
«Baggiovara e Policlinico sono una scommessa per costruire un percorso che non deve limitarsi a questi due ospedali ma deve diventare di attualità per Carpi e Sassuolo. Tutti insieme siamo grandi come l’Umbria, diventeremmo un caso unico con grandi potenzialità».
Per l’oncologia cosa cambierà?
«L’oncologia è sempre stata al Policlinico, con una collaborazione interaziendale con Baggiovara che oggi diventa aziendale. Io dico: facciamola nostra, istituzionalizziamola e definiamola al più presto, e potremo solo crescere».
Quale sarà la sua sfida?
«La sfida per noi è trovare degli orientamenti di eccellenza e la grande collaborazione col resto della regione. Per diventare riferimenti nazionali e internazionali dobbiamo collaborare in grande, penso all’Irccs di Reggio Emilia: sia loro che noi siamo troppo piccoli per poterci affermare senza una reale interazione tra noi. Pensiamo meno a noi, e pensiamo di più al sistema».
Fino ad oggi i giochi di potere hanno spesso condizionato in negativo questa logica.
«Tra i professionisti in genere non si comanda, si collabora e ci si rispetta. Qui c’è sempre la sensazione che il Policlinico voglia comandare. Non è così. Se tutti e tre, dico Policlinico-Baggiovara, Carpi e Sassuolo ci mettiamo insieme diventiamo ancora più importanti della somma dei tre. Lo dico sempre al rettore: il modello vincente è quello dell’automotive, dove l’università ha saputo riunire il meglio, da Maserati a Ducati. Dobbiamo fare la stessa cosa in campo sanitario, dove non produciamo beni ma servizi, formazione per gli studenti e ricerca».
Cosa ci dovremmo aspettare dalla ricerca oncologica modenese?
«Abbiamo tre diverse aree prioritarie. Negli studi di Fase 1, molecole mai testate nell’uomo, cerchiamo nuove opportunità per i malati grazie agli studi della dottoressa Michela Maur. La collaborazione con la dottoressa Vandelli dell’ufficio ricerche e innovazione, in meno di un anno, ci ha fatto diventare uno dei primi centri accreditati, prima dell’Istituto Tumori di Milano. Poi la genetica oncologica, della dottoressa Laura Cortesi, con lo studio della familiarità su determinate patologie. Il professor Massimo Dominici, con la terapia cellulare, sviluppa cellule che vanno a colpire cellule tumorali. Sono tre eccellenze. In tutte e tre io non c’entro niente, perché qui le facevano già, ad alto livello. Io ho semplicemente detto che mi sembravano quelle strategiche su cui puntare».
Ha parlato di ricerca e negli ultimi giorni proprio una ricercatrice modenese, Patrizia Paterlini, ha annunciato il suo studio: prevenire il tumore con cinque anni di anticipo grazie ad un esame del sangue. Cosa ne pensa?
«La ricerca è intelligente, quello che non riesco a capire è come si possa dare un messaggio così di fronte ad uno studio ancora sperimentale che non si sa ancora come applicare. Lei dice: il mio test precede di cinque anni il tumore. Sì, ma se non si vede cosa opero? Non sappiamo quella cellula tumorale che oggi vediamo a che tumore ci porterà, è difficilissimo. Parliamone quando lo studio sarà completo. Affermando quelle cose oggi si dà la sensazione spiacevole di marketing. Dobbiamo stare attenti perché la gente si illude e si distoglie da quelli che sono gli screening importanti».
Alle persone che cosa dovrebbe dire?
«Una ricercatrice dovrebbe dire: quella è una strada che stiamo percorrendo, lunga, che merita tutta l’attenzione della comunità scientifica. Ma è presto. Andiamoci piano con l’ostentare sicurezza. Alla gente non possiamo dire che anticipiamo di cinque anni l’insorgenza del tumore se non è ancora vero. Diciamo che conta la prevenzione e che contano gli stili di vita».
E di fronte alla medicina e alle cure alternative?
«Non c’è niente da vergognarsi se un paziente decide questa strada. Ma deve dirlo al proprio medico, senza paura, senza problemi. Chiedete, parlate coi vostri medici, informateli. È umano cercare di fare tutto il possibile, ma dei medici dovete fidarvi. E noi medici dobbiamo smetterla di pensare che questa cosa vada gestita con sufficienza: la gente comincia sempre di più ad utilizzare la medicina alternativa e complementare e il nostro compito non è giudicare, ma collaborare e parlare coi pazienti sapendo quello che stanno vivendo. E consigliando il meglio. Con rispetto».
Professor Cascinu , ci sta riuscendo?
«Modena è una grande realtà ed è sempre stata nel mio destino, fin dal primo concorso da associato nel 1998. Devo dire che i primi tempi non sono stati facili per nulla: la struttura è complessa, ha avuto tensioni note a tutti e rimettere insieme il clima è stato il primo passo da compiere. La sintonia col preside c’è stata fin dal primo minuto, e le due persone che mi hanno convinto a trasferirmi, in questo anno e mezzo sono sempre state al mio fianco nei momenti delle scelte: non so se i modenesi sanno che fortuna hanno ad avere dirigenti come il dg del Policlinico e il rettore al comando di queste istituzioni».
I modenesi conoscono di più i medici che incontrano tutti i giorni.
«Il momento della sanità è certamente delicato, ma tra medico e paziente io credo molto nel rapporto di fiducia. Viviamo in una regione che ha livelli molto alti di assistenza, gli screening preventivi che ci sono qui sono impensabili altrove. Il problema è che la popolazione invecchia e i livelli essenziali saranno sempre più difficili da mantenere. Per questo le scelte di oggi sono fondamentali».
Come i due ospedali uniti?
«Baggiovara e Policlinico sono una scommessa per costruire un percorso che non deve limitarsi a questi due ospedali ma deve diventare di attualità per Carpi e Sassuolo. Tutti insieme siamo grandi come l’Umbria, diventeremmo un caso unico con grandi potenzialità».
Per l’oncologia cosa cambierà?
«L’oncologia è sempre stata al Policlinico, con una collaborazione interaziendale con Baggiovara che oggi diventa aziendale. Io dico: facciamola nostra, istituzionalizziamola e definiamola al più presto, e potremo solo crescere».
Quale sarà la sua sfida?
«La sfida per noi è trovare degli orientamenti di eccellenza e la grande collaborazione col resto della regione. Per diventare riferimenti nazionali e internazionali dobbiamo collaborare in grande, penso all’Irccs di Reggio Emilia: sia loro che noi siamo troppo piccoli per poterci affermare senza una reale interazione tra noi. Pensiamo meno a noi, e pensiamo di più al sistema».
Fino ad oggi i giochi di potere hanno spesso condizionato in negativo questa logica.
«Tra i professionisti in genere non si comanda, si collabora e ci si rispetta. Qui c’è sempre la sensazione che il Policlinico voglia comandare. Non è così. Se tutti e tre, dico Policlinico-Baggiovara, Carpi e Sassuolo ci mettiamo insieme diventiamo ancora più importanti della somma dei tre. Lo dico sempre al rettore: il modello vincente è quello dell’automotive, dove l’università ha saputo riunire il meglio, da Maserati a Ducati. Dobbiamo fare la stessa cosa in campo sanitario, dove non produciamo beni ma servizi, formazione per gli studenti e ricerca».
Cosa ci dovremmo aspettare dalla ricerca oncologica modenese?
«Abbiamo tre diverse aree prioritarie. Negli studi di Fase 1, molecole mai testate nell’uomo, cerchiamo nuove opportunità per i malati grazie agli studi della dottoressa Michela Maur. La collaborazione con la dottoressa Vandelli dell’ufficio ricerche e innovazione, in meno di un anno, ci ha fatto diventare uno dei primi centri accreditati, prima dell’Istituto Tumori di Milano. Poi la genetica oncologica, della dottoressa Laura Cortesi, con lo studio della familiarità su determinate patologie. Il professor Massimo Dominici, con la terapia cellulare, sviluppa cellule che vanno a colpire cellule tumorali. Sono tre eccellenze. In tutte e tre io non c’entro niente, perché qui le facevano già, ad alto livello. Io ho semplicemente detto che mi sembravano quelle strategiche su cui puntare».
Ha parlato di ricerca e negli ultimi giorni proprio una ricercatrice modenese, Patrizia Paterlini, ha annunciato il suo studio: prevenire il tumore con cinque anni di anticipo grazie ad un esame del sangue. Cosa ne pensa?
«La ricerca è intelligente, quello che non riesco a capire è come si possa dare un messaggio così di fronte ad uno studio ancora sperimentale che non si sa ancora come applicare. Lei dice: il mio test precede di cinque anni il tumore. Sì, ma se non si vede cosa opero? Non sappiamo quella cellula tumorale che oggi vediamo a che tumore ci porterà, è difficilissimo. Parliamone quando lo studio sarà completo. Affermando quelle cose oggi si dà la sensazione spiacevole di marketing. Dobbiamo stare attenti perché la gente si illude e si distoglie da quelli che sono gli screening importanti».
Alle persone che cosa dovrebbe dire?
«Una ricercatrice dovrebbe dire: quella è una strada che stiamo percorrendo, lunga, che merita tutta l’attenzione della comunità scientifica. Ma è presto. Andiamoci piano con l’ostentare sicurezza. Alla gente non possiamo dire che anticipiamo di cinque anni l’insorgenza del tumore se non è ancora vero. Diciamo che conta la prevenzione e che contano gli stili di vita».
E di fronte alla medicina e alle cure alternative?
«Non c’è niente da vergognarsi se un paziente decide questa strada. Ma deve dirlo al proprio medico, senza paura, senza problemi. Chiedete, parlate coi vostri medici, informateli. È umano cercare di fare tutto il possibile, ma dei medici dovete fidarvi. E noi medici dobbiamo smetterla di pensare che questa cosa vada gestita con sufficienza: la gente comincia sempre di più ad utilizzare la medicina alternativa e complementare e il nostro compito non è giudicare, ma collaborare e parlare coi pazienti sapendo quello che stanno vivendo. E consigliando il meglio. Con rispetto».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
