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In un mare d’uva e colline noi giocavamo a lavorare 

In un mare d’uva e colline noi giocavamo a lavorare 

L’infanzia schietta del presidente della Cantina Settecani a Castelvetro  “Da piccolo costruivo trattori, le feste scandivano il ritmo della natura”

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In una vecchia foto ambrata dal tempo, tra il chiaro del cielo, la strada e i doppi binari, un’insegna enorme attira l’attenzione sopra il tetto di un edificio. Cantina Sociale Settecani Castelvetro, si legge. “Mio nonno è stato tra i 48 soci fondatori della cantina nel 1923 mentre oggi i soci conferitori sono 200 – spiega il presidente Paolo Martinelli - poi c’è stato mio papà e infine sono arrivato io, negli anni Sessanta. Sono cresciuto in una abitazione in via Bergognina, al civico 6, qui vicino, con lo sguardo che si perdeva tra le colline con i vitigni e la distesa piana della campagna”.

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“Non si può certo dire che fossimo un piccolo nucleo familiare – ricorda - c’erano i miei genitori, i miei due fratelli, ma la vita quotidiana comprendeva anche la presenza dello zio, dei nonni, dei cugini. Si viveva tutti assieme e sono stati proprio loro, i miei cugini, i primi compagni di giochi e scorribande. Non erano molti i bimbi che andavano all’asilo, infatti sono cresciuto così, in cortile, sotto gli occhi attenti delle donne della mia famiglia ma anche dei vicini. Ci si conosceva tutti. Era una classica famiglia patriarcale, tanto che io non ricordo di essere mai entrato ad aiutare in cucina, mentre le donne lavoravano anche in campagna”.
“In fondo anche molti nostri giochi spesso erano lavori adattati all’età – continua Martinelli - quando ero piccolo mio papà aveva anche costruito un rastrellino in legno, così potevo seguirlo e aiutarlo a modo mio. Poi sì, giocavamo a rubabandiera, a nascondino, col pallone e ai classici giochi da cortile, ma soprattutto con le figurine Panini. Passavamo ore a tirarle sul muretto cercando di coprire anche solo un angolino di quella dell’avversario perché quella toccata diventava nostra e andava ad aumentare il nostro bottino. Il salto al muro, lo chiamavamo. Io passavo molto tempo anche con i miei cani, Dick, che era tutto bianco, eppoi Lilla, un pastore tedesco. Erano fantastici compagni di giochi”

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“In famiglia c’era il rito della domenica mattina – dice - quando si andava tutti assieme a messa e all’uscita mi compravano una bustina di figurine, un vero tesoro, per me. Non era come accade oggi, che è un attimo acquistare cinque dieci buste al giorno, era una sola bustina alla settimana. E in fondo io sono stato anche fortunato, me la compravano ogni settimana e anche all’Epifania un gioco comprato incartato l’ho sempre trovato. Allora non esisteva ancora Babbo natale, i regali arrivavano, se arrivavano, il 6 gennaio”.
“Poi ci sono state le elementari. La mia maestra si chiamava Maria Pia Pastorelli e la ricordo materna e paziente. Doveva essere proprio brava se riusciva a tenerci tutti: eravamo tanti in classe, 32, 34. A me piaceva andare a scuola, e soprattutto piaceva la matematica. Ma la mia vera passione era un’altra: mi divertivo a costruire trattori di legno con materiali di recupero e ammetto che ogni tanto andavo anche a rubare le spagnolette di legno, quelle che si usavano per il filo, che poi segavo per farci le ruote. Con qualche chiodo, attrezzo, pazienza e fantasia ci perdevo le ore. Poi, diciamolo, anche se andare a scuola mi piaceva e ci sono andato fino alla terza media, il giorno dopo l’esame ero già al lavoro”.
“Sa – conclude Martinelli - io il mare l’ho visto che ero grande, le vacanze non le ho mai fatte. Al massimo la domenica pomeriggio, quando si poteva, i miei mi portavano a salutare i parenti o alle fiere. Però ci divertivamo alle feste che scandivano il ritmo della natura. Alla fine della trebbiatura, alla vendemmia, quando si ammazzava il maiale. In fondo quel senso di rispetto e gratitudine, attenzione e cura per il territorio, per i doni della natura, per le nostre uve, io me li porto dentro da lì. Fanno parte di me”.
Monica Tappa
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