Francesca Ferrari:«Nelle mie foto il verde e il sorriso dello Sri Lanka»
La fotografa modenese tornata dal Paese asiatico Dall’esperienza è nata la mostra Garden of mind
MODENA. La macchina fotografica come scoperta. Lo ha imparato bene Francesca Ferrari nel suo viaggio in Sri Lanka. La fotografa modenese ha passato due mesi nel Paese asiatico. In uno ha trovato un modo originale per raccontare i luoghi a tredici anni dallo tsunami; nell’altro ha tenuto un corso per ragazze e ragazzi cingalesi. Alla fine i lavori sono stati raccolti in una mostra dal titolo “Open Mind” perché «per riuscire a narrare bisogna avere la mente aperta».
Partiamo dall’inizio: com’è stata l’accoglienza nello Sri Lanka?
«L’incontro è stato fantastico, perché c’è un verde meraviglioso e le persone sono sorridentissime, serene, sempre pacate».
Dove ha alloggiato?
«Nelle immediate vicinanze della scuola della One World Foundation, la fondazione che mi ospitava. Qui ho incontrato studenti dai 18 ai 25 anni con cui avrei condiviso l’esperienza, tutta in inglese».
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Parliamo degli ambienti.
«C’era un’aula destinata alla fotografia, in cui c’era una piccola camera oscura e sedici macchine fotografiche a loro disposizione, uno schermo per le proiezioni e dei pannelli per la sala posa. Per loro un corso di fotografia è importante perché possono avere un attestato e lavorare».
Come avete lavorato?
«Ho dato loro input semplici e di creatività, dando loro consigli per utilizzare al meglio la fantasia nelle loro fotografie, ma senza mai influenzarli più di tanto. Li ho spinti molto a cercare, anche su internet. Nella prima settimana abbiamo fatto conoscenza, poi ho assegnato loro alcuni temi. In ogni fine settimana c’era un contest, in cui loro sceglievano il vincitore».
La soddisfazione più grande?
«Il loro impegno e i loro risultati: sono davvero bravi, tutti hanno seguito i propri stili. Hanno aperto anche siti web e blog».
Uno stile particolare è ritrarre i luoghi dello tsunami dalla prospettiva di una piscina. Che è quello che hai fatto con la tua mostra. Com’è nata l’idea?
«La piscina l’ho vista come un contenitore di pensiero e di spazio. Il titolo (Garden of Mind) dà davvero l’idea del lavoro: un giardino è un elemento in cui coltivi, un luogo di crescita e di gratificazione».
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Nello Sri Lanka vi sono ancora segni dello tsunami?
«Sono bene evidenti. Si vedono case distrutte, ho visto anche il museo dello tsunami. Anche nel mio progetto ho utilizzato l’acqua per essere ancora di più radicata nel luogo».
Un progetto realizzato dopo un master della Fondazione Fotografia, durante la “residenza d’artista”. Qual è stata la linea guida?
«Raggiungere il confine tra reale e surreale. È questa la mia linea di ricerca, il mio modo per rappresentare le emozioni. Mi sono lasciata abbandonare e influenzare da tutto ciò che mi circondava. Ho cercato di godermi ogni esperienza e incontro».
Qualche foto non fatta?
«Non ho fotografato le tristezze, perché credo ci voglia sempre delicatezza».
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Ha viaggiato in quaranta Paesi: qualche preferenza?
«Forse il primo nel 1994 in Papua Nuova Guinea, perché allora non avevo neppure visto l’Europa. Amo moltissimo l’Oriente in generale, ma ogni Paese ha tantissimo da raccontare. Viaggiare ti aiuta a dare il giusto peso alle cose e a capire i valori».
Il viaggio ancora da fare?
«Il giro nel mondo in un anno con tutti i mezzi».
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