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Senza Confini, la storia di un progetto alle scuole Calvino Insieme per abbattere i muri

di Davide Berti
Senza Confini, la storia di un progetto alle scuole Calvino Insieme per abbattere i muri

#insieme. #sorriso. Parole d’ordine, non scelte a caso, scritte come se fossero un hashtag da chi coi ragazzi ci vive, ci lavora, condivide emozioni senza bisogno che sia sempre il giudizio ad...

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MODENA. #insieme. #sorriso. Parole d’ordine, non scelte a caso, scritte come se fossero un hashtag da chi coi ragazzi ci vive, ci lavora, condivide emozioni senza bisogno che sia sempre il giudizio ad animare il rapporto tra studente ed insegnante.
E se hashtag significa etichetta, ben venga che queste siano le etichette per le attività dei giovani delle scuole medie “Italo Calvino” di Modena che non conoscono confini. Senza confini nel senso più alto del termine: senza muri, senza preclusioni, senza divisioni, senza quelle etichette che invece avrebbero alzato barriere. Se etichette devono essere queste devono includere, col sorriso.

Nasce così il laboratorio inclusione, che alle Calvino ha nell’anima alcuni professori ed educatori molti motivati ed un gruppo di ragazzi entusiasti: «La nostra forza è sicuramente il gioco di squadra - spiega la professoressa Grazia Baracchi, coordinatrice responsabile del progetto e delle attività di sostegno della scuola - e ci tengo a dire che parlo a nome di un gruppo di colleghi che ha fatto di questa esperienza una vera missione. L’essere affiatati è fondamentale quando sappiamo che dobbiamo affrontare situazioni non semplici.

Ci rivolgiamo ai ragazzi diversamente abili o che vivono situazioni di disagio, anche momentaneo, proprio per non lasciare indietro nessuno. E abbiamo impostato il nostro progetto di inclusione non come un’attività per far semplicemente passare il tempo ai ragazzi nelle ore scolastiche, ma come un vero progetto didattico. È scuola, a tutti gli effetti, e viene condivisa con i compagni di classe, coinvolti nelle stesse attività». Questa è la chiave di lettura non banale, non scontata, che cambia il punto di vista e anche il risultato: «Ci siamo interrogati - continua la prof. Baracchi - su cosa fosse più stimolante, su come poter coinvolgere in modo attivo questi ragazzi evitando da subito che anche solo qualcuno potesse ragionare nell’ottica del ghetto o di una attività a se stante. Sono percorsi collettivi ai quali abbiamo anche dato un obiettivo preciso: restituire qualcosa di concreto alla scuola».

E così i laboratori diventano momenti di fantasia, libertà nel senso più alto del termine, esaltazione delle capacità dei singoli negli ambiti a loro più congeniali: «C’è chi si è divertito a dipingere un’aula, chi a realizzare un divano coi pallet destinato all’area di riposo. C’è chi si è cimentato in cucina ed ha animato i momenti di festa della scuola, lasciando biscotti e stuzzichini, chi ha creato segnalibri per i compagni. Sono gli stessi compagni - conclude Grazia Baracchi - che fanno anche da tutor a chi ha bisogno di supporto, li accompagnano nelle attività sportive realizzate insieme a chi non ha, ad esempio, problemi motori. È una squadra appunto, come quella degli insegnanti e degli educatori, che si emoziona e vive insieme tutti questi momenti, professori al fianco dei ragazzi stessi. Tutti i ragazzi, nessuno escluso». Insieme, col sorriso.

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