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Processo Aemilia Augusto Bianchini: «Fiducia nei giudici» ma sull’amico Giovanardi glissa

REGGIO EMILIA. Pensavano di essere i primi della sequenza di interrogatori degli imputati, invece la Direzione Distrettuale antimafia ha deciso di puntare su Bolognino. I Bianchini ieri si sono...


10 maggio 2017


REGGIO EMILIA. Pensavano di essere i primi della sequenza di interrogatori degli imputati, invece la Direzione Distrettuale antimafia ha deciso di puntare su Bolognino. I Bianchini ieri si sono presenti “in forze” al processo Aemilia: Augusto, la moglie Bruna Braga, i figli maschi, tutto lo staff dei legali che li seguono, a cominciare da Giulio Garuti e Simone Bonfante.
Alla Corte hanno dichiarato, seguendo l’onda degli altri imputati, di non voler essere filmati, vanificando la presenza altrettanto massiccia di mezzi di informazione che attendevano finalmente di sentir parlare i “protagonisti” di Aemilia. A margine di una pausa, Augusto ha accettato di scambiare qualche parola.
Oggi parla Bolognino. Lei è accusato di sapere della sua appartenenza malavitosa, e quindi di avere partecipato ad affari illeciti che erano affari di cosca.
«Bolognino? L’ho conosciuto nel 2011, ma non sapevo che fosse stato condannato per mafia. L’abbiamo assolutamente scoperto dopo. Lo spiegherò meglio durante l’interrogatorio», replica Augusto.
Ma come si sente ora?
«Diciamo bene. Tranquillo, sì, tranquillo».
E cosa si aspetta da questo processo per come si sta sviluppando?
«Ho fiducia nella magistratura, mi aspetto soltanto che venga fuori la verità».
Quale verità?
«... La verità».
E Giovanardi, il vostro legame finito sotto inchiesta? Una domanda sulla quale Bianchini glissa, con un laconico «Può bastare», dice.
La strategia dei Bianchini comunque è già definita: ammettere quello che non può essere occultato, ma dargli una dimensione non mafiosa: assoluta ignoranza delle figure di rilievo ’ndranghetistico che gravitavano in azienda (dai Bolognino, ai Belfiore), l’impossibilità di ricorrere al subappalto a Bolognino, con lo stratagemma dell’assunzione diretta dei suoi operai, e la necessità, grazie all’amico Pino Giglio (il pentito), di fatture false per far girare i pagamenti in nero. Ma nulla di più. Alla prossima udienza toccherà alla famiglia Iaquinta, poi finalmente sarà la volta degli imprenditori sanfeliciani. (ase)

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