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Modena, dall’Australia in autostop anche per salire sulla nave

di Serena Arbizzi
Modena, dall’Australia in autostop anche per salire sulla nave

Giacomo Luppi, due anni di lavoro nelle campagne in Oceania poi il ritorno a casa «Viaggio di sei mesi prevalentemente a piedi: esperienza unica, ti metti in gioco»

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MODENA. Dall’Australia all’Italia senza aerei: questa la filosofia che ha ispirato del 27enne globetrotter modenese Giacomo Luppi, partito tre anni fa da Modena per lavorare prima sette mesi in Corsica come barista e cameriere, poi in Australia dove per due anni ha lavorato in campagna. Da sei mesi fino a pochi giorni fa Giacomo ha viaggiato prediligendo l’autostop.
La sua filosofia è viaggiare e la sua vita ruota intorno a questo obiettivo. «Se ho bisogno di soldi mi fermo e lavoro altrimenti sono in movimento». Il viaggio singolare è raccontato da Luppi sul profilo facebook “Kununurra Modena”.

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Luppi, che cosa l’ha spinta a intraprendere questa avventura?
«L’idea di questo viaggio (dall'Australia all’Italia senza aerei) mi è venuta...in viaggio! Due anni fa ero sull’aereo verso l'Australia, stavo sorvolando paesi sconosciuti e l'idea di non poter vedere cosa ci fosse sotto, sulla terra, mi tormentava. Immaginavo orizzonti sconosciuti, persone, culture, cibi... tutto a pochi chilometri sotto di me ma irraggiungibili. Lì nacque l'idea di tornare via terra... e col senno di poi posso dire che è stata una delle opportunità più belle che mi sia mai dato».


Che cos'è per lei il viaggio?
«Il viaggio è la migliore scuola che ci sia. Il viaggio è fatto di persone, di silenzi, di notti insonni su una minuscola brandina in treno, di abbracci inaspettati, di sguardi, di odori, di strade polverose. In viaggio ci si mette in gioco, cadono certezze e stereotipi. Il viaggio è fatto dalle infinite sfumature che uniscono due luoghi. Per questo non amo usare l’aereo, perché non permette di vedere queste sfumature».


Quali sono le mete che ha scelto e perché?
«Progettando l’itinerario di viaggio sapevo che non l’avrei rispettato. Avevo in mente di passare per Myanmar, Nepal e India ed invece per problemi di frontiere ho fatto la via più a nord: Cina, Kyrgyzstan, Uzbekistan, Kazakhstan. Il percorso progettato per il ritorno ha previsto: Azerbaijan, Iran, Turchia, Grecia, Italia. Ho seguito tanti consigli da chi incontravo, persone che mi caricavano in autostop, viaggiatori che venivano dal senso opposto. Mi sono lasciato guidare dalla strada e dai suoi abitanti. Altrimenti non sarei mai passato per luoghi incantati e sconosciuti, l'isola di Atauro a Timor Leste, Kelimutu in Indonesia, Phongsali in Laos, Pac bo e Vieng Xai in Vietnam, il magnifico ed immenso lago Issyk Kul in Kyrgyzstan, Kokand in Uzbekistan...solo per citarne alcuni».


Che cosa prova nel percorrere queste mete?
«Ogni volta mi avvicinavo a questi luoghi il sentimento più grande era la curiosità. Non ho mai cercato informazioni o guardato foto su internet prima di andare alla scoperta di un posto, e devo dire che la realtà è andata quasi sempre ben oltre le aspettative».


Quali sono i suoi progetti per il futuro?
«Mi piacerebbe scrivere un libro su questo viaggio; avendo attraversato paesi senza seguire i sentieri turistici sono entrato in contatto con realtà incredibili, di cui non ero mai venuto a conoscenza, nemmeno nei documentari. Mi piacerebbe condividere queste esperienze con chi è interessato. A fine estate vorrei ripartire (finanze permettendo) verso il Sud America, sempre senza aerei. So che l’energia che sento e che mi sprona ad esplorare non sarà eterna, un giorno forse mi stancherò di questo peregrinare, o magari troverò una situazione per cui valga la pena fermarmi. Un giorno, forse... ma fino ad allora, on the road».


C’è un aneddoto al quale è legato?
«Un giorno in Laos presi un sentiero che non era marcato sulla mia cartina. Dopo una giornata di cammino attraverso foreste bellissime non avevo visto nessun villaggio, quindi non avevo neanche trovato cibo. Montata la tenda a bordo sentiero andai quindi a dormire a stomaco vuoto. L'indomani decisi comunque di continuare lungo il sentiero (anche perché se fossi tornato indietro mi avrebbe aspettato un'altra giornata a digiuno). Dopo un altro paio d’ore di cammino incontrai un camioncino spuntato dal nulla, mi caricò e mi portò al villaggio successivo, una ventina di chilometri più avanti. La popolazione locale, stupita dalla mia presenza, mi invitò a sedermi accanto a loro e a condividere riso e carne. Ricordo di essermi emozionato fin quasi alle lacrime, dopo oltre 24 ore avevo trovato un villaggio, cibo e un’ospitalità incredibile. Usando un bastoncino descrissi sulla terra battuta la mia vicenda (viaggiando si diventa abilissimi nel farsi comprendere). Più tardi piantai la tenda nell'aia del paese tra polli, maiali, capre e bufali e poco dopo il tramonto andai a letto. Era il 31 dicembre».

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