Tregua armata in casa Pd dopo la lettera di protesta
di Luca Gardinale
La messa in discussione del capogruppo Baracchi da parte dei “malettiani” ha creato alta tensione tra i consiglieri. Mugugni, ma “no comment” in pubblico
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Una specie di tregua armata, anche se è molto più armata che tregua. Perché quella di ieri, dopo l’esplosione del ‘caso Baracchi’, è stata un’altra giornata bollente per il gruppo Pd in Consiglio comunale. Una giornata di silenzi, almeno dal punto di vista ufficiale, ma con le telefonate e i messaggi che di certo non gettavano acqua sul fuoco. Fuoco che è divampato a inizio settimana, con la lettera che i malettiani hanno consegnato al sindaco Muzzarelli e che di fatto metteva in dubbio la guida del gruppo - affidata a Maria Grazia Baracchi - ma soprattutto è divampato giovedì, quando gli altri consiglieri, compreso il segretario cittadino Andrea Bortolamasi, sono venuti a sapere della missiva direttamente dalla risposta del sindaco, che ha replicato a tutto il gruppo. Un caso che ha semplicemente fatto esplodere una situazione di grande tensione, che si è creata con un rimpasto di giunta che ha spostato gli equilibri verso gli alleati-scissionisti di Articolo Uno-Mdp e non ha premiato i renziani, che pure hanno stravinto il congresso. In realtà, però, la lettera inviata dai malettiani ha logiche più legate alle correnti modenesi che agli schieramenti nazionali, dal momento che tra i firmatari ci sono alcuni non renziani (Giulia Morini), mentre tra i non-malettiani ci sono alcuni renziani (il segretario Bortolamasi, che l’altro giorno era a Bologna, dove è stato scelto per intervenire per Modena davanti ai segretari della regione e a Matteo Renzi). Detto questo, ieri è stata una giornata di telefoni roventi, ma entrambe le parti hanno aspettato che fossero gli altri a fare la prima mossa, con il risultato che alla fine nessuno ha parlato. I sei consiglieri non malettiani, comunque, sono decisi a fare quadrato intorno alla capogruppo, tanto che Bortolamasi avrebbe già messo in chiaro di essere pronto a dimettersi se l’affondo alla Baracchi dovesse portare ad un cambio alla guida del gruppo.
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