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I manifestanti e le loro storie «Non vogliamo essere un peso» 

Tante le storie personali spesso drammatiche che si intrecciano nel corteo del collettivo Modena Refugees. Mattia Ferrari li conosce bene. Seminarista della parrocchia di Sant'Antonio, mescolato ai...

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Tante le storie personali spesso drammatiche che si intrecciano nel corteo del collettivo Modena Refugees. Mattia Ferrari li conosce bene. Seminarista della parrocchia di Sant'Antonio, mescolato ai manifestanti, ha seguito la vicenda dei migranti delle cooperative: «È da ottobre che denunciamo il blocco dei rinnovi, i ritardi per le audizioni presso le commissioni e le irregolarità delle cooperative. Molti di questi ragazzi sono qui da almeno un anno e mezzo e non sono neanche stati convocati dalle commissioni, abbiamo segnalato questa anomalia modenese persino all'Unhcr nella persona del suo rappresentante Andrea De Bonis. Mi aspettavo questa rabbia e questa esasperazione ma conoscendo bene i ragazzi ero sicuro che non ci sarebbero stati incidenti». Parliamo con Simone, uno dei portavoce del collettivo. È di Bologna e attivo nelle lotte per i diritti dei migranti. «Ho aiutato i ragazzi ma l'iniziativa è in toto opera loro». Al megafono parla un ragazzo della Costa d'Avorio di 26 anni, da due in Italia e in attesa che la commissione prefettizia determini il suo status: «Vogliamo i documenti per lavorare, non vogliamo essere un peso per nessuno, non siamo venuti qui per mangiare e dormire a sbafo», dice il giovane che accusa senza mezzi termini le cooperative del territorio di sfruttamento: «Le cooperative guadagnano dalla nostra presenza e quando finiscono di guadagnarci ci buttano nel secchio senza documenti. Ci sfruttano con il lavoro volontario coatto, ci disprezzano e rifiutano di accompagnarci a rinnovare i documenti scaduti. Inoltre consegnano in modo arbitrario e sempre in ritardo il pocket money che si aggira sui 17 euro a settimana a testa». A parlare è Konaté Diouté, soprannominato il Nelson Mandela di Modena, portavoce e una delle anime della protesta. Con lui c'è Harouna Doumbia, 30 anni, del Mali, dal 2015 in Italia: «Abito in un minuscolo appartamento gestito da una cooperativa con altri 6 ragazzi africani, il frigorifero e la caldaia sono rotti, l'umidità infiltra le pareti. Non ho nessun rimpianto e niente da perdere: è tempo di lottare per i nostri diritti». In coda al corteo incontriamo Lamine Silla, 21 anni, del Gambia: «Sono partito dal Gambia alla volta della Libia dove con un barcone sono arrivato in Sicilia. Eravamo in 130, stipati come delle acciughe, il viaggio mi è costato 5000 euro».
Anche Imasuen Osaro, 29 anni, nigeriano, ha pagato migliaia di euro agli scafisti che dalla Libia lo hanno scaricato sulle coste calabresi:«Sto male in cooperativa, molti di noi cominciano a dare segni di fragilità psicologica, sospesi in questo limbo infinito».

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