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Iaquinta, una ciabatta a discolpa 

Iaquinta, una ciabatta a discolpa 

L’ex bomber Juventus: «Falsa la foto con la Tattini, le infradito le ho prese dopo»

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REGGIO EMILIA. L’ex bomber dalla Juventus Vincenzo Iaquinta e suo padre Giuseppe, interrogati ieri, hanno vissuto l’inchiesta Aemilia come un sopruso: il primo è accusato di detenzione illecita di armi, il genitore di una ben più pesante associazione mafiosa, inquadrato dalla Dda fra i “collaboratori” del clan in Emilia. «Io guadagnavo 3 milioni di euro l’anno con il calcio: ma secondo voi avevo bisogno di soldi dalla ’ndrangheta?», sbotta il bomber, primo ad essere sentito dopo che altri due imputati chiave - i fratelli Palmo e Giuseppe Vertinelli - hanno declinato le domande riservandosi il diritto di proporre più avanti delle dichiarazioni spontanee.
La rabbia dell’ex calciatore vibra nelle sue parole, passato dall’essere l’osannato campione del mondo di Germania 2006 alle accuse di contiguità a personaggi di spicco della malavita cutrese, terra dove sono nati gli Iaquinta. «Noi siamo innocenti. Non ce la faccio più. Rispondo alle domande ma sono domande che non hanno senso, assurde», dice riferendosi all’incalzare delle richieste fatte dai sostituti procuratori della Dda di Bologna. Il presidente Caruso si vede costretto in un paio di occasioni a proporre una sospensione, visto l’impennarsi improvviso dei toni. «Questo è un esame- dice il giudice - non è fatto per sfogarsi. Se vuole in seguito potrà rilasciare dichiarazioni spontanee». Iaquinta ritrova la calma e spiega la storia delle armi: «Le armi sono mie ma mio padre le ha prese a mia insaputa per metterle al sicuro, perché mia sorella, che era incinta, mi aveva chiesto se poteva stare a casa mia a Reggiolo. Quando poi me l’ha riferito eravamo in una situazione familiare complicata e mi è passato di mente di denunciarlo».
Definisce un’ingenuità quindi la mancata denuncia del cambio di luogo delle armi, acquistate regolarmente a Reggio per legittima difesa: «Sono un persona famosa e mio padre aveva il porto d’armi da 20 anni. Non so perché sono in questo processo e perché vengo accusato di aver lasciato le armi alla ’ndrangheta». Poi la difesa del padre, al quale imputa di aver spostato le armi ma difende nella sostanza: «Io e mio padre siamo una persona unica» dice quando il pm chiede conto di atti compilati in nome di Vincenzo ma con la calligrafia del padre.
La scena torna a scaldarsi quando la procura chiede conto dello scatto del 2011 tra il bomber in ciabatte e calzoni corti in posa al bar Toscanini di Reggiolo e Roberta Tattini, accusata di aver gestito parte degli affari del clan cutrese dei Grande Aracri, già condannata in abbreviato a 8 anni e 8 mesi. Foto trovata nel telefonino di Tattini, che fa sbottare l’ex calciatore: «Quella foto è falsa, non ho mai conosciuto quella donna. È un fotomontaggio. Lo posso dire perché quelle ciabatte infradito le ho acquistate nel 2014 e la foto è stata scattata nel 2011».
«Il giorno dello scatto segnato sul telefonino, il 18 giugno, io stavo tornando dal matrimonio di Bonucci. Sono andato lì con Claudio Marchisio. Quindi era impossibile che fossi lì perché siamo tornati dal matrimonio il 19 giugno». Poi la deposizione del padre Giuseppe, abbandonata a un certo punto da Vincenzo, a voce alta. Il genitore si inalbera («Non capite» dice alla Corte»), il figlio gli fa eco e lascia l’aula in segno di sfogo.
Enrico Lorenzo Tidona

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