Tra poesia e arte... la sera andavamo alla galleria Alpha
Carlo Alberto Sitta, I ricordi degli anni ‘60, delle neo avanguardie la rivista Steve, il Laboratorio, gli ultimi lavori
MODENA. Tutta dedita alla poesia è la vita di Carlo Alberto Sitta, ora 76enne, che a Modena ha fondato il Laboratorio di Poesia e la rivista “Steve”. Una poesia che, nella stagione fervida e inquieta degli anni '60, si anima di intelligenza giovanile volta al futuro, ad una originalità avanguardista, intessuta di libertà e di cultura. La pratica della poesia non si è svolta in isolamento, nella classica torre d'avorio, ma con la consapevolezza del ruolo, anche sociale, e dei cambiamenti che poteva e può portare. «Per me la poesia non è mai stata un esercizio per solitari. A 20 anni ho incontrato coetanei e tutta una generazione, quella della neo-avanguardia del “Gruppo 63” che si collocava tra Bologna, Modena e Reggio; e del Gruppo emiliano parassurealista vorrei ricordare i vecchi compagni: Franco Vaccari, Giuliano Della Casa, Carlo Cremaschi, Claudio Parmiggiani. Alcuni non ci sono più, come Adriano Spatola, Costa, Celli. Gian Pio Torricelli non è più attivo. Una giovinezza di sperimentazioni internazionali. Eravamo in contatto con il mondo. Non la Cina e l'Unione Sovietica, ma l'Europa Occidentale, le due Americhe e si aveva la coscienza di lavorare insieme, sperimentare vari linguaggi. Un parasurrealismo che aveva corrispondenze con Parigi, dove c'era ancora il movimento di André Breton. Rapporti anche con i vecchi surrealisti viventi, come Schwarz, Falzoni. Senza dimenticare l'eredità di Savinio e De Chirico, nel recupero di un movimento prima censurato dal Fascismo e poi dallo Stalinismo, perché i surrealisti erano anarchici. Un punto d'incontro a Modena era la famosa galleria Alpha, nei pressi di piazza Mazzini, frequentata anche da Bonito Oliva».
Perché l'idea di un Laboratorio di Poesia a Modena (1979)? Cosa ha prodotto?
«Avevo circa 40 anni. Modena poteva essere un luogo in cui vivere e aprire un centro per fare attività, conservare, invitare gente, praticare il rapporto e lo scambio tra le varie arti. Non solo la scrittura, ma anche l'arte, la musica, l'evento, il teatro. E poi fondare la casa editrice. Inoltre c'erano agganci con avanguardie precedenti. Si avvertiva la sensibilità del post-moderno. Per il Laboratorio sono passati gli autori più importanti del ‘900: Erba, Spaziani, Nino Maiellaro, ma pure Attilio Bertolucci e succesivamente i più giovani Cucchi, De Angelis, Magrelli, Conte. E poi... le traduzioni di autori stranieri. Delle edizioni del Laboratorio è anche la traduzione, in un’antologia, della poesia israeliana. Abbiano realizzato la Biblioteca di poesia contemporanea. Poi il connubio con le altre arti: installazioni, spettacoli».
Che ruolo ha avuto e ha la rivista di poesia “Steve” nata nel 1981?
«Il ruolo di essere aperta a livello internazionale e di non accettare poeti omologati, che viaggiano nella grande editoria e passano attraverso i premi. Una rivista che dura da 36 anni, 48 numeri e, dal 1986, 36 volumi. Oltre 10mila pagine in cui c'è un racconto indipensabile per capire gli ultimi 35 anni di poesia. Credo che in futuro molti studiosi dovranno fare riferimento a “Steve” per sapere cosa è accaduto in questi anni».
Freschi di stampa sono i due volumi in cui racconta le sue esperienze...
«Ho scelto due strade: in “I Generi e il Gesto” ho raccolto i saggi pubblicati, dal 1968 al 1980, su riviste di poesia e di arte (anche sulla Gazzetta di Modena), parlando su eventi, poetiche e personaggi, toccando pure la musica e occupandomi di temi d'avanguardia; in “L'Età del Gesto”, scritto negli ultimi anni, anche su sollecitazioni di Emilio Mattioli, come cronaca quasi postuma, racconto persone e fatti realmente accaduti, dal 1965 al 12 dicembre 1969, il giorno delle bombe di piazza Fontana a Milano, perché allora cominciano gli “anni di piombo” e finisce la giovinezza, la poetica, i sogni di una generazione. Ho vissuto molto a Parigi in quel periodo e di allora c'è pure la descrizione del Maggio 1968 e, in modo centrale, la manifestazione “Parole sui muri”, nel 1967, a Fiumalbo, rifatta con meno successo nel 1968. Ma abbiamo poi capito che l'evento forse non era ripetibile».
Cosa è accaduto a Fiumalbo?
«Un evento spontaneo, di esaltazione di libertà creativa, con contrasti con la popolazione. Lo aveva voluto il sindaco Mario Molinari. Si attendevano 40 artisti e poeti e ne sono arrivati 120, anche dall'estero, ponendo l'orecchio anche a fatti che scuotevano il mondo. Lo scrittore Vaclav Havel non ebbe il permesso di uscire da Praga. Nel libro faccio una netta distinzione tra la coscienza degli artisti e ciò che voleva il movimento studentesco al quale non interessava nulla della rivoluzione dell'arte».
Il suo è anche il racconto di una “generazione perduta”...
«Parlo della morte precoce di Adriano; di Torricelli finito in una casa di cura; di Patrizia Vicinelli con una storia di droga e aids. Una generazione bruciata, gente che ha messo in gioco la vita per l'arte».
In che modo la neoavanguardia ha coinvolto il nostro territorio?
«Il Parasurrealismo era dentro, e non fuori, il “Gruppo 63”, il cui secondo congresso si è svolto a Reggio Emilia. Nel 1964 si è tenuto a Modena, presso la Sala di Cultura, il primo convegno nazionale del libro tascabile, con i grandi editori (Mondadori, Feltrinelli...) , Umberto Eco...».
E la situazione d'oggi?
«Sembra di vivere in un altro mondo. Una deviazione nata negli anni '80, con una scrittura genericamente espressionista, intimistica, psicologistica, che non va mai a toccare i temi collettivi. C'è un piccolo “ego” psicotico, molto piangente, che non riesce ad aprirsi ai grandi temi del nostro tempo. Il rito del “reading”, della lettera, durante i festival di poesia e non solo, evidenzia che i poeti non tendono a volersi distinguere ma ad assomigliarsi. Devono fare tutti la stessa cosa. Ciò accade pure durante il Festival di Filosofia, con il “gregge” degli studenti che ascolta qualunque cosa e applaude. Nella poesia si autopremiano tra di loro. La generazione degli “under 40” non riflette sulla poesia e non ne fa una scommessa di vita».
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