Gazzetta di Modena

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«Video col prefetto? Temevo estorsioni» 

di Alberto Setti
«Video col prefetto? Temevo estorsioni» 

Alessandro Bianchini: «Non mi fidavo più di nessuno e sentivo dire di richieste di 100mila euro per entrare in white list...»

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REGGIO EMILIA. «Ho filmato di nascosto il prefetto, il viceprefetto, il questore e il senatore Giovanardi e gli altri perchè dopo la vicenda dell’amianto e della esclusione dalla White list della Bianchini Costruzioni non mi fidavo più di niente e di nessuno. E poi avevamo sentito dire in giro che per essere riammessi alla white list venivano chiesti dei pagamenti, per una ditta avevano parlato di 100mila euro. Io non volevo che accadesse anche a noi, io registravo perché se qualcuno avesse provato a chiedermi solo un euro lo avrei denunciato. Nei confronti di tutte le persone che ho registrato ho sicuramente commesso una inadeguatezza, mi spiace se ho provocato loro dei problemi...».
Alessandro Bianchini ha parlato per cinque ore ieri davanti al Tribunale di Reggio, dapprima interrogato dal Pm Marco Mescolini, poi dai suoi legali, Simone Bonfante e Giulio Garuti.
Imputato al processo Aemilia accanto ai genitori, dopo due anni e mezzo dall’ordinanza di custodia cautelare che ha disvelato l’inchiesta è apparso preparato e deciso. Specialmente a smentire ogni suo coinvolgimento diretto nelle imputazioni più gravi, anche a costo di scaricare inavvertitamente una quota ulteriore di responsabilità sui genitori, specie sul padre Augusto.
Nel “Bianchini day” del maxi processo alla ’ndrangheta emiliana, la testimonianza di Alessandro è seguita allo show degli Iaquinta, padre imprenditore e figlio ex campione di calcio, pronti a sfidare con toni e contrattacchi la Direzione Distrettuale Antimafia. Spazio anche alla madre di Alessandro, Bruna Braga, mentre l’interrogatorio più atteso, quello di Augusto Bianchini, è slittato a domani.
Trentatre anni, assunto nella ditta di famiglia quando ne aveva la metà, Alessandro ha percorso la sua carriera alla Bianchini costruzioni, fino al ruolo, prima del caos sisma-amianto, di direttore tecnico, con uno stipendio netto di tremila euro (cifra appuntata con interesse dal giudice Caruso). E fino alla nascita della Ios.
In merito alle ultime vicende, ha ammesso di conoscere De Stavola (il funzionario della Dogana che gli passava in anteprima le informazioni riservate della prefettura), ha raccontato che fu De Stavola a fargli il nome dell’avvocato Moscattini, ha raccontato di quei 23 filmati di nascosto e, a domanda ironica del giudice, ha assicurato che ieri non stava registrando nessuno: «Ho smesso», ha precisato, assicurando il pm Mescolini che non ci sono altri filmati in giro, come quelli rinvenuti in ditta nel 2015. Partecipava alle riunioni dei genitori con il senatore Giovanardi, con i misteriosi personaggi della Safi (quelli che si accreditavano dei servizi segreti e dintorni, e nella Bassa terremotata e infiltrata spillavano 50mila euro a ditta con la promessa della riammissione alla white list), che era rimasto dipendente della Bianchini costruzioni anche quando aveva fondato la sua Ios. «Quella della Ios è stata una scelta mia, ho detto a Fabbri della Lapam di non dire ai miei genitori che avevo costituito la ditta. Sulle prime ero rimasto dipendente della Bianchini per concludere gli incarichi, ma anche che non volevo che di qua o di là dicessero che facevo del lavoro in nero. Quanto alla Safi, la decisione di firmare un contratto io non l’ho affatto condivisa: dopo due incontri ho detto ai miei genitori che per me erano inaffidabili, non ho più partecipato e mi sono deciso ad aprire la Ios e a farmi la mia strada». Alla contestazione che Alessandro si sia subito rivolto ai Comuni di San Felice e Finale per affidamenti diretti di lavori, lui ha replicato: «Ero il direttore tecnico della Bianchini, ma non ho fatto concorrenza alla Bianchini con i suoi clienti. Ne cercavo dei miei..».
Sul tema amianto, pur non negando il problema, Alessandro ha minimizzato («Parliamo di uno “zero virgola”»), spiegando che la ditta nei casi di affidamenti diretti di lavori di demolizione in un solo caso (alla Serital di San Felice) ha dovuto trattare secondo le procedure la presenza di amianto nel fibrocemento. «Negli altri casi si trattava di conferimenti da altre ditte...», ha aggiunto Alessandro, affermando che la Bianchini faceva effettuare controlli burocratici e scientifici alla merce in arrivo. E arrivando ad esplicitare quanto più volte lasciato intendere dal padre: ovvero che si sia trattato di una azienda “amica-nemica” (un rapporto questo più volte ripercorso ieri) a contaminare i terreni di amianto. «Facemmo le nostre indagini, partendo da un cantiere di Finale - ha detto Alessandro - Non abbiamo denunciato nessuno, ma abbiamo presentato un esposto alle autorità competenti». A proposito di amianto, Alessandro è stato a lungo messo alla corda dall’avvocato Fabrizio Canuri, di Ricommerciamo, con domande sulla procedura illegale che il Comune di San Felice aveva avallato per la rimozione dell’amianto dal centro commerciale.
Per il resto nessuna conoscenza concreta con Bolognino, con i vari Pino e Giuseppe Giglio, con Luigi Alleluia (il caposquadra degli uomini di Bolognino alla Bianchini), o con Gateano Belfiore, il genero di Grande Aracri (e “nipote” di Iaquinta) che era stato assunto in ditta. «Non si potevano fare i sub-subappalti, così era consuetudine, anche se discutibile, assumere direttamente gli artigiani più competenti, per il tempo necessario ai lavori», aggiungendo la differenza con una (falsa) fattura) si è limitato ad ammettere, secondo la strategia difensiva già intrapresa da tempo.

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