Il racconto/ Riecco il gatto del sagrestano Lo sposo può baciare la sposa
Un lustro senza più vederlo, lui che aveva messo tutti in guardia già dal tramonto Un lustro a difendere quella promessa d’amore sussurrata dopo la Notte Bianca
Il gatto del sagrestano è tornato. Oggi, 20 maggio, dopo un lustro vissuto altrove. Non però alle quattro del mattino, un filo più tardi. Proprio nel momento in cui Paolo e Olga, scambiandosi le fedi d’argento, rinnovano la loro promessa d’amore. Già la sussurrarono cinque anni prima quando, reduci dalle fatiche della Notte bianca in città, se ne stavano abbracciati inermi. Il ruggito della terra, iniziato come un rimprovero sommesso poi esploso in un delirio di rabbia, strappa gli amanti a un sonno stanco e profondo, senza sogni da ricordare. Olga si ritrova sul pavimento, freddo. E’ stato Paolo nella morsa di una raggelante certezza - “se il tetto crolla, la trave in ferro la ammazza” – a scaraventarla a terra. Nessuno schianto. Il tetto regge. Rimane una casa inagibile e un senso di reciproca appartenenza. O di inappartenenza. Un’inquietudine cattiva che nei mesi seguenti, annidata nei risvolti di un’apparente normalità, si fa banco di prova per il loro legame. All’improvviso incerto, quasi distrutto da una paura comune che però non riescono a condividere. Quindi ricostruito. Anche grazie a Kamal.
E' lui che ospita la coppia di amici per diverse settimane. Ascolta e racconta. Di una scossa feroce che nel 2004 devastò la sua città natale, porto del Marocco dove l’uomo, ora anziano, ha trascinato la sua adolescenza. Tutto il mondo è paese, ogni paese è il mondo. In quel giorno di febbraio Kamal perde parenti e amici. Eppure sembra forte come una roccia, riconoscente alla vita. “Sei tu l’unico testimone che voglio”. Kamal declina l’invito con un sorriso e Olga si sente inopportuna. Teme di averlo offeso. Non è così. In veste di padre e fratello piuttosto che di testimone oggi lui c’è. E pure il gatto. Seduto a “bottiglietta” all’ombra di un albero. Bianco, sordo come si conviene a un gatto bianco, tornato da chissà dove. Con qualche pensiero in più. Pensa al ragno. Una tegenaria paretina, inquilino piuttosto diffuso nelle nostre case, che con lui ha condiviso quei pochi ma accoglienti metri quadrati della vetusta sacrestia. Audace nelle dimensioni, timoroso nei fatti. Vile agli occhi freddi del felino, che non perdeva occasione di provocarlo, a volte con studiata, pervicace crudeltà.
Una zampata, un tocco leggero, persino elegante ed ecco che il tessitore di imbuti (architetto sublime, la tegenaria costruisce ragnatele simili a un piccolo lenzuolo triangolare con tanto di rifugio a forma di imbuto) doveva fare i conti con una casa rasa al suolo. Che ogni volta ricostruiva. Tanto che il gatto oggi ha cambiato opinione. L’aracnide merita rispetto. “Sono ragni questi umani” riflette ora mentre il suo sguardo analitico scannerizza ogni singolo centimetro della facciata di una chiesa che, sua antica dimora, stenta a riconoscere. Una diva del cinema con qualche ruga di troppo, che tramonta in campagna. Ormai incurante della propria avvenenza ha perso in fascino, ma guadagnato in saggezza. Un restauro lento e tenace l’ha restituita alla sua gente. Persone che come il ragno non si sono mai arrese perché rimettersi in piedi (ricostruire) è il capitolo centrale del libro mai finito della vita. E tra le pagine di un grosso libro impolverato che il pensiero felino si incastra. Un tomo secolare dimenticato sulla mensola più alta della sacrestia. Rivestito di un cartone che pareva corteccia, ideale per rifarsi le unghie, custodiva un mondo misterioso abitato da una famiglia di psocotteri, piccoli insetti fitofagi ribattezzati mordilibri.
La notte del terremoto il pesante libro rovina a terra con un botto sordo. Per eccesso di solerzia o malcelata pigrizia, chissà, il sagrestano è ancora lì, sordo come un sagrestano o come un gatto. In quell’angolo remoto che lui chiama ufficio, come fosse stato il destino a trattenerlo. Addormentato. Spalanca gli occhi e teme di non avere il tempo di raccomandarsi a Dio. Nonostante i cinque anni, cinque anni..., di decompressione emotiva da quel botto non si è ancora ripreso. Ogni volta che qualcuno lascia cadere un libro il panico lo avvolge come un sudario. Il gatto ignora le fobie del suo vecchio amico umano. Forse le intuisce. In anticipo rispetto alla furia terrestre lui, al tramonto, cinque anni prima, si era dato alla macchia. Se lo sentiva. E’ sordo, come un sagrestano sordo, ma il suo udito intimo è formidabile. Scodinzolando come un cane imbelle aveva fatto il diavolo a quattro, ma nessuno se l’era filato. Solo il parroco si era domandato se non fosse posseduto dal demonio, ma subito aveva irriso quel suo stesso pensiero, vergognandosi quasi, se un prete può provare vergogna. Vi erano altre anime da accudire. Ma incauto è l’uomo che trascura gli indizi.
Se la notte prima, con il favore di una luna spavalda, un giovane gagliardo e con discreto spirito di osservazione avesse accompagnato la ragazza di turno a passeggiare lungo il corso d’acqua, sino alle rive dello stagno, forse si sarebbe stupito.
Che insolito silenzio. Nessuna colonna sonora. Neppure il gracidare dei rospi in amore. Spariti assai prima che l’acqua diventasse torbida. Avvinghiati alle ascelle delle loro compagne non pensavano degno né opportuno affogare in una melma sbagliata, inviperita. Che il bufo bufo – il rospo - con quel nome ridicolo e pretenzioso vanti capacità oracolari superiori al gatto bianco scoccia parecchio. Ma è arrivato il suo momento. Vuoi mettere la soddisfazione di diventare simbolo di buon auspicio?
Il gatto si schioda dall’albero. Coda dritta, tutto compreso nel ruolo di micio prodigo perso e ritrovato, varca l’uscio. “Lo sposo può baciare la sposa”. “Sì!” urla il sagrestano, senza dare ascolto alle parole del celebrante, che immaginava avendole intuite chissà quante volte, senza commuoversi all’emozione dei convenuti: solo fiondandosi sul quadrupede. “Sei tornato! Il mio gatto dei miracoli”. Il lancio del riso è una gioia per le sue vibrisse.
E chissà se in questa notte di maggio, bianca di luna, bianca come quella notte, come i pollini dei tigli che ricuciono le ferite della terra, chissà se dalle finestre della loro nuova casa i novelli sposi, abbracciati, sentiranno cantare ancora una volta il bufo bufo, innamorato: come Kamal, che un giorno lontano, prima che il mare tremasse insieme alla terra, aveva molto amato. I suoi cari e anche la sua terra, che un giorno avrebbe fatto le onde, come fosse mare.
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