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Le trivelle sbarcano sul Secchia «Non causano attività sismica» 

Le trivelle sbarcano sul Secchia «Non causano attività sismica» 

Il prof. Daniele Brunelli, geologo dell’Università, rassicura sulle indagini per l’estrazione di idrocarburi «Nessun rischio ma tanti dubbi se sia questo lo sviluppo per una delle regioni più inquinate al mondo»

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«La domanda giusta da farsi non è tanto se queste indagini siano sicure per quanto concerne l’attività sismica - e lo sono - ma se abbiano ancora un senso da un punto di vista ambientale in una delle regioni più inquinate del pianeta».
A parlare è Daniele Brunelli, professore del dipartimento di Chimica e Geologia dell’Università di Modena e il riferimento è alla riattivazione della concessione “Bugia” da parte della Regione ovvero il permesso di effettuare ricerche di idrocarburi nei Comuni del Distretto ceramico, di Castelnuovo e di Rubiera.
Professor Brunelli, ma in cosa consiste questa ricerca?
«Nell’utilizzo di onde sismiche debolissime sul terreno. Sono fuoristrada a cui vengono attaccati dei vibratori meccanici che si appoggiano sul terreno ed emettono delle vibrazioni di intensità irrisorie. Poi in superficie si depositano linee di geofoni con cui si misurano esattamente le onde che vengono riflesse da tutte le discontinuità che ci sono nel terreno. Così si vedono gli strati in profondità: è come un’ecografia, con cui si può tracciare una mappa del sottosuolo fino ad alcuni chilometri di profondità per capire se vi siano giacimenti di idrocarburi».
Questa operazione può aumentare il rischio sismico?
«Esistono studi ed esperienze secolari. L’indagine non può indurre attività sismica».
E nel caso venissero trovati idrocarburi?
«Si passa alla perforazione, ma allo stesso modo non si ha alcun effetto: è stato ampiamente dimostrato che non esiste nessuna correlazione con i terremoti. Poi l’estrazione non è così automatica. Una volta tracciato il modello del sottosuolo nessuno sa se vi siano veramente dei depositi. Bisogna fare dei pozzi e delle perforazioni che hanno uno scopo esplorativo. Quindi prima si deve definire se esiste una struttura che può contenere il petrolio, poi bisogna calcolare se la stima dei volumi è sufficiente per pagare la perforazione che, lo ricordo, ha costi altissimi. Comunque secondo me l’idea evidente non è quella di puntare all’estrazione ma a potenziali usi del sottosuolo come deposito di gas. Il che ripropone il problema di Rivara: perché i depositi di gas si fanno su giacimenti esauriti che non sono mai stati toccati in precedenza. E questa non è una tecnologia consueta. Poi c’è un’altra questione, quella politico-economico».
Cioè?
«È necessario porsi una domanda di fondo: queste attività economiche hanno un senso per quanto concerne la protezione dell’ambiente? Tenendo soprattutto conto della direzione di sviluppo economico futuro che si vuole condurre in Emilia Romagna?»
Giovanni Balugani

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