Il questore: «Debelliamo questo virus»
Fassari: «Qui non esistono zone franche di illegalità». Il procuratore capo Musti: «Chiesto il carcere»
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Il questore Paolo Fassari non nasconde la gravità della vicenda e l’importanza dell’indagine che coinvolge l’Ufficio immigrazione, un ufficio in prima linea per la delicatezza e l’importanza delle funzioni che svolge.
«Siamo di fronte ad un fatto che ovviamente non è piacevole, - ha affermato ieri in conferenza stampa - ma credo che queste indagini, svolte con scrupolo dalla squadra Mobile, confermino come la Polizia di Stato possieda gli anticorpi necessari per reagire al virus corruttivo. Abbiamo dimostrato, intervenendo immediatamente e con fermezza, che non esistono zone franche di impunità e che la legalità viene affermata nei confronti di tutti. Anche in occasioni come queste cerchiamo di dare un'immagine della polizia trasparente e imparziale, senza dare alibi a sacche di illegalità, indagando con fermezza ed imparzialità».
Il procuratore capo Lucia Musti ha sottolineato la grande importanza di questa indagine perché «quello della corruzione è un reato gravissimo, in questo caso volto a favorire la permanenza illegale sul territorio italiano di cittadini stranieri. In questo sistema di corruzione spiccano le tre figure che sono state attinte da misura cautelare: il pubblico ufficiale corrotto e i due stranieri. La procura aveva rivolto al Gip tre richieste di custodia cautelare in carcere perché ha ritenuto questo fatto di corruzione gravissimo a prescindere da quello che poi si possa ottenere in cambio. La pubblica accusa riteneva che il poliziotto, per primo dovesse andare in carcere. C’è un giudice terzo che controlla e vaglia, questa richiesta per il poliziotto non è stata accolta. La misura comunque lo depotenzia . È efficace. Quando in futuro ci saranno casi che riguardano forze dell’ordine coinvolti in reati gravi come la corruzione, la Procura tenderà sempre a chiedere la massima misura cautelare».
«Siamo di fronte ad un fatto che ovviamente non è piacevole, - ha affermato ieri in conferenza stampa - ma credo che queste indagini, svolte con scrupolo dalla squadra Mobile, confermino come la Polizia di Stato possieda gli anticorpi necessari per reagire al virus corruttivo. Abbiamo dimostrato, intervenendo immediatamente e con fermezza, che non esistono zone franche di impunità e che la legalità viene affermata nei confronti di tutti. Anche in occasioni come queste cerchiamo di dare un'immagine della polizia trasparente e imparziale, senza dare alibi a sacche di illegalità, indagando con fermezza ed imparzialità».
Il procuratore capo Lucia Musti ha sottolineato la grande importanza di questa indagine perché «quello della corruzione è un reato gravissimo, in questo caso volto a favorire la permanenza illegale sul territorio italiano di cittadini stranieri. In questo sistema di corruzione spiccano le tre figure che sono state attinte da misura cautelare: il pubblico ufficiale corrotto e i due stranieri. La procura aveva rivolto al Gip tre richieste di custodia cautelare in carcere perché ha ritenuto questo fatto di corruzione gravissimo a prescindere da quello che poi si possa ottenere in cambio. La pubblica accusa riteneva che il poliziotto, per primo dovesse andare in carcere. C’è un giudice terzo che controlla e vaglia, questa richiesta per il poliziotto non è stata accolta. La misura comunque lo depotenzia . È efficace. Quando in futuro ci saranno casi che riguardano forze dell’ordine coinvolti in reati gravi come la corruzione, la Procura tenderà sempre a chiedere la massima misura cautelare».
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