“Peer education” per crescere insieme
di Chiara Tassi
Come funziona l’educazione alla pari tra adolescenti sollecitata da un coetaneo che aiuta ad inserirsi nella società
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Si chiama “peer education”, letteralmente educazione tra pari, ed è una sorta di “proselitismo” fatto tra coetanei, in cui uno, il “peer”, opportunamente formato, insegna all’altro – con un linguaggio ed un vissuto simile - qualcosa di “buono”. Utilizzato come metodo di promozione della salute e facilitazione dell'inserimento scolastico nell’America degli anni ’50, questo sistema di educazione tra coetanei è stato poi esportato in tutto il mondo e divenuto particolarmente utilizzato tra gli adolescenti, data l’importanza che il gruppo dei pari ricopre in questa fase della vita dei ragazzi. Tra gli adolescenti, infatti, sono proprio i pari gli interlocutori privilegiati cui rivolgersi per cercare informazioni, scambiare consigli, condividere esperienze.
E qui, nel modenese, si è inserito anche il mondo del volontariato: grazie infatti a giovani ragazzi che si fanno da promotori dei valori del volontariato e della solidarietà nelle classi, tanti giovani studenti vengono coinvolti ogni anno in stage all’interno delle associazioni del territorio (210 solo quelli coinvolti nell’anno scolastico in corso). E molti di loro, poi, al termine di questo periodo, diventano volontari a tutti gli effetti. E a volte pure peer educator. stato proprio questo il percorso di Anna, 21 anni, di Vignola. «Ho fatto la mia prima esperienza in un’associazione quando ero in terza superiore, proprio iniziando con uno stage: una gruppo di ragazzi era venuto a presentarci una serie di associazioni del territorio ed io ho voluto provare – racconta Anna - senza saper bene cosa sarei andata a fare, ho scelto come associazione la Pubblica assistenza di Vignola e da allora, da lì, non sono più uscita».
Anna ha così iniziato il suo periodo di affiancamento ad una ragazza sua coetanea, con il supporto di un tutor, tra centralino telefonico, trasporti sociali ed emergenza. «I volontari sono stati da subito gentilissimi e per me quella, già dai primi giorni, è stata un’esperienza bellissima – continua Anna- senza nemmeno saperlo avevo trovato la mia strada, tanto che al momento di scegliere l’università ho optato per la Facoltà di Medicina proprio perché dall’esperienza in Pubblica ho capito che quello era il mio campo, quello è ciò che voglio fare da grande».
Mondo del volontariato e vita di ogni giorno che si intrecciano e si influenzano. «La vita in associazione ti insegna cose che poi puoi spendere anche in altri ambiti: impari a relazionarti con le persone, ad ascoltare ma anche a farti ascoltare, che sono competenze oggi assolutamente spendibili anche nel mondo della scuola o del lavoro. Senza contare poi quanto i rapporti personali con i volontari, ma anche con gli utenti stessi, ti arricchiscano. I nonnini che vai a prendere e che ti ringraziano per quanto fatto con un sorriso sincero, i racconti dei nipotini o della loro gioventù, ma anche, a scuola, i ragazzini che un attimo prima fanno casino poi ti ascoltano rapiti da quello che racconti loro sono la quotidianità dei volontari ma anche piccole soddisfazioni che rendono più bella la vita di ogni giorno».
Ma come si diventa “peer educator”? È necessario seguire un corso di formazione della durata di un fine settimana insieme a tutti gli altri ragazzi che scelgono, per quell’anno, di diventare “peer”. Poi iniziano gli interventi nelle classi, per raccontare la propria esperienza, i valori dell’associazione in cui si è volontari. «Per coinvolgere i ragazzi – dice Anna- e spesso funziona. Parlando da giovane a giovane, quando tra te e loro ci sono solo pochi anni di differenza, la comunicazione è più efficace e l’esperienza diventa più abbordabile. Ti rendi conto che fare volontariato è una cosa che puoi fare anche tu, anche se non hai alcuna esperienza, anche se tutti ti considerano “piccolo”: non è solo qualcosa di adatto agli adulti, ma che anche tu puoi portare del tuo». Ed è proprio questo il punto di forza della “peer education”: l’ascoltatore – in questo caso lo studente- si identifica con chi parla, ed empaticamente viene maggiormente coinvolto nell’esperienza tanto da, spesso, volerla provare in prima persona. «Credo sia stato proprio grazie ai ragazzi che hanno presentato a me questa esperienza se io adesso sono quella che sono: se ho scelto la facoltà di medicina, se ho scelto di impegnarmi in un’associazione quando mai prima avevo pensato al volontariato, se amo trasmettere ai ragazzi che mi ascoltano interessati quello che faccio come volontaria di Pubblica Assistenza - conclude Anna - i ragazzi di oggi non sanno nulla del mondo del volontariato, non capiscono come qualcuno possa voler fare qualcosa senza essere pagato, ma alcuni di loro alla fine degli incontri scelgono di provare a fare lo stage, e quando poi li rivedo, dopo mesi, in associazione, con la divisa da volontari la soddisfazione è tanta». Uno dei punti del decalogo dei “peer educator” dice «la peer education è contagiosa» –i ragazzi cioè passano dall’essere “consumatori” a “promotori” del progetto. È questo il miglior modo di promuovere la partecipazione dei giovani».
E qui, nel modenese, si è inserito anche il mondo del volontariato: grazie infatti a giovani ragazzi che si fanno da promotori dei valori del volontariato e della solidarietà nelle classi, tanti giovani studenti vengono coinvolti ogni anno in stage all’interno delle associazioni del territorio (210 solo quelli coinvolti nell’anno scolastico in corso). E molti di loro, poi, al termine di questo periodo, diventano volontari a tutti gli effetti. E a volte pure peer educator. stato proprio questo il percorso di Anna, 21 anni, di Vignola. «Ho fatto la mia prima esperienza in un’associazione quando ero in terza superiore, proprio iniziando con uno stage: una gruppo di ragazzi era venuto a presentarci una serie di associazioni del territorio ed io ho voluto provare – racconta Anna - senza saper bene cosa sarei andata a fare, ho scelto come associazione la Pubblica assistenza di Vignola e da allora, da lì, non sono più uscita».
Anna ha così iniziato il suo periodo di affiancamento ad una ragazza sua coetanea, con il supporto di un tutor, tra centralino telefonico, trasporti sociali ed emergenza. «I volontari sono stati da subito gentilissimi e per me quella, già dai primi giorni, è stata un’esperienza bellissima – continua Anna- senza nemmeno saperlo avevo trovato la mia strada, tanto che al momento di scegliere l’università ho optato per la Facoltà di Medicina proprio perché dall’esperienza in Pubblica ho capito che quello era il mio campo, quello è ciò che voglio fare da grande».
Mondo del volontariato e vita di ogni giorno che si intrecciano e si influenzano. «La vita in associazione ti insegna cose che poi puoi spendere anche in altri ambiti: impari a relazionarti con le persone, ad ascoltare ma anche a farti ascoltare, che sono competenze oggi assolutamente spendibili anche nel mondo della scuola o del lavoro. Senza contare poi quanto i rapporti personali con i volontari, ma anche con gli utenti stessi, ti arricchiscano. I nonnini che vai a prendere e che ti ringraziano per quanto fatto con un sorriso sincero, i racconti dei nipotini o della loro gioventù, ma anche, a scuola, i ragazzini che un attimo prima fanno casino poi ti ascoltano rapiti da quello che racconti loro sono la quotidianità dei volontari ma anche piccole soddisfazioni che rendono più bella la vita di ogni giorno».
Ma come si diventa “peer educator”? È necessario seguire un corso di formazione della durata di un fine settimana insieme a tutti gli altri ragazzi che scelgono, per quell’anno, di diventare “peer”. Poi iniziano gli interventi nelle classi, per raccontare la propria esperienza, i valori dell’associazione in cui si è volontari. «Per coinvolgere i ragazzi – dice Anna- e spesso funziona. Parlando da giovane a giovane, quando tra te e loro ci sono solo pochi anni di differenza, la comunicazione è più efficace e l’esperienza diventa più abbordabile. Ti rendi conto che fare volontariato è una cosa che puoi fare anche tu, anche se non hai alcuna esperienza, anche se tutti ti considerano “piccolo”: non è solo qualcosa di adatto agli adulti, ma che anche tu puoi portare del tuo». Ed è proprio questo il punto di forza della “peer education”: l’ascoltatore – in questo caso lo studente- si identifica con chi parla, ed empaticamente viene maggiormente coinvolto nell’esperienza tanto da, spesso, volerla provare in prima persona. «Credo sia stato proprio grazie ai ragazzi che hanno presentato a me questa esperienza se io adesso sono quella che sono: se ho scelto la facoltà di medicina, se ho scelto di impegnarmi in un’associazione quando mai prima avevo pensato al volontariato, se amo trasmettere ai ragazzi che mi ascoltano interessati quello che faccio come volontaria di Pubblica Assistenza - conclude Anna - i ragazzi di oggi non sanno nulla del mondo del volontariato, non capiscono come qualcuno possa voler fare qualcosa senza essere pagato, ma alcuni di loro alla fine degli incontri scelgono di provare a fare lo stage, e quando poi li rivedo, dopo mesi, in associazione, con la divisa da volontari la soddisfazione è tanta». Uno dei punti del decalogo dei “peer educator” dice «la peer education è contagiosa» –i ragazzi cioè passano dall’essere “consumatori” a “promotori” del progetto. È questo il miglior modo di promuovere la partecipazione dei giovani».
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