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Modena, Giuliano della Casa: «La mia pittura vive con la poesia dei grandi autori»

di Michele Fuoco
Modena, Giuliano della Casa: «La mia pittura vive con la poesia dei grandi autori»

L’artista modenese parla della città e del rapporto con i maestri della parola

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MODENA. «L'artista ha saputo riportare in auge il fascino della bella calligrafia, con la purezza dell'amanuense trasferita da qualche tempo anche sulla superficie delle maioliche faentine». Sono parole di Ernst H. Gombrich che ha incontrato, per la prima volta, "l'arte deliziosa" di Giuliano Della Casa in una mostra di ceramica, nel 1992, a Faenza. Un giudizio che avrebbe esaltato anche i più grandi maestri. «Mi riempì il cuore di incredibile gioia. Gombrich, morto nel 2001 - rivela il modenese - ha scritto solo su alcuni artisti contemporanei. Enzo Biffi Gentili mi disse che quelle parole dovevo farle tatuare su un braccio».

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L'elogio del grande studioso inglese per il modenese continua, tanto da sostenere che «chiunque ha avuto il privilegio di guardare Della Casa mentre sta dipingendo capirà: quando le tracce del suo pennello danzante congiurano sia figurazioni astratte, sia visioni fuggitive di fiori o di farfalle, scoprono la eccellenzia dell'artefice». E della eccellenzia dell'artefice si potrà godere, venerdì pomeriggio, nella mostra a Modena presso la Galleria Antonio Verolino. Il pennello danza sulla pagina bianca, avverando l'unità originaria tra scritttura e pittura, forme di contaminazione e commistione tra immagine e parola. Perché filo conduttore di tutta l'attività dell'artista è il legame forte con poeti e scrittori.
Come nasce il suo rapporto con la poesia?
«Tutto nasce dall'incontro con Adriano Spatola. C'è stato un intrigo amoroso tra il suo e il mio lavoro. Lui era già maestro della scrittura. A 20 anni curava la rubrica di poesia sul Verri. Da Roma si spostò a Mulino di Bazzano, nel parmense, e la sua casa divenne ritrovo di artisti e poeti d'Europa e degli Stati Uniti. Così sbocciarono amicizie, con rapporti epistolari di lunga durata, che continuano tuttora. La presenza di tanti personaggi ha moltiplicato l'invenzione, con interscambi di mostre, nell'unione di pittura e calligrafia. Con Spatola decidemmo di mettere in una valigia un centinaio di poesie concrete per esporle a Parigi. E le mostre avvenivano in molte città d'Europa e in Italia. Adriano aveva creato la Rivista Tam Tam, l'antologia dei poeti di Geiger, con particolari libretti di componimenti di una ventina di autori, prodotti (eravamo noi a rilegarli) in 300 esemplari. Cominciò anche una piccola serie di libretti di poesia concreta e visiva, fatti con gli artisti di varie parti del mondo. Tra questi c'è anche il mio "Alfabeto" del 1973. Considero Spatola il mio maestro fondamentale. Aveva una cultura mostruosa e una dedizione incredibile al lavoro. Una serietà, nonostante fosse un grande bevitore. Passavano nottate in osterie fino all'alba».
Quanti libri ha prodotto? E a quali è più affezionato?
«Più di 50. Il primo, "Due scultori", l'ho realizzato con Carlo Cremaschi (Edizioni Geiger) nel 1967. Insieme siamo stati alla Biennale di Venezia del 1972 nella sezione "Il libro come luogo di ricerca". Li amo tutti. Ogni libro indica una vicinanza a un autore. Ho lavorato molto con Sebastiano Vassalli che mi considerava tra i suoi pochi veri amici, con Edoardo Sanguineti. Amicizia forte con Corrado Costa, Giorgio Celli, Alfredo Giuliani... e, oggi con Antonio Moresco, Dario Voltolini, il saggista e anglista Franco Nasi. Intense le relazioni, quando sono andato in America nel 1980, con poeti e scrittori della West Coast, in particolare con Paul Vangelisti, che avevo conosciuto da Spatola nel 1975. Insieme abbiamo tenuto mostre a Los Angeles, Pasadena, Chicago, New York".
Estremamente varia è la produzione dei suoi libri...
"Preciso che non ho un archivio fotografico. Ho cercato di documentare mostre e eventi con il libro che è una simbiosi di un'operazione comune che mi porta a lavorare, talvolta, sul testo dell'autore. Il libro diventa oggetto di fascino, assumendo pure un formato d'invenzione: soffietto, ceramica, scatola, cartella... Ricordo pure i librini in 30 copie, con Sanguineti e Vassalli, pubblicati da Pulcinoelefante di Casiraghi».
A lei si devono le edizioni dei preziosi "Telai del Bernini" acquisite nel 1988 dal Paul Getty Museum di Malibù...
«Erano libri in serigrafia acquarellati a mano. Facemmo subito "Cacciatori di mosche" con Spatola. Poi "Fauna dell'occhio" con Massimo Gualtieri, "Anima asola malsana" con Alfredo Giuliani, "Ora blu" con Vangelisti, "Notturno volgare" con il musicista Fernando Mencherini. E pure il libro "Rebus"di due metri, nel 1984, di Sanguineti e Cremaschi...».
La sua opera è molto apprezzata dai grandi editori...
«Mi fa piacere che le mie tavole arricchiscono "La scienza in cucina" di Artusi, "Gargantua e Panatagruel" di Rabelais, "Lettere di Giuseppe Verdi", "L'universo, gli dei, gli uomini"di Jean-Pierre Vernant, pubblicati da Einaudi».
È d'accordo con Biffi Gentili che sostiene che la sua "scrittura su maiolica gemma dalla calligrafia" e che lei sia "il massimo rappresentante di un estetico calligrafico"?".
«Sono un patafisico. Ho il diploma si Sultano protocalligrafo conferitomi da Sanguineti, Baj, Nespolo e Alda Merini del Collegio della Patafisica della Grande Giduglia».
La fusione di parole e immagini passa attraverso quali esperienze culturali?
«L'esperienza parte dal Futurismo, dai primi meccanismi della scomposizione della parola di Marinetti, e passa attraverso la disintegrazione della parola, di carattere tipografico, dei tedeschi, la poesia concreta e quella visiva».
In che misura è stata importante la formazione a Modena?
«All'Istituto Venturi ho avuto maestri di una bravura eccezionale: Lodovico Asirelli e Eda Melandri. Poi ho frequentato l'Accadema di Bologna».
Fervida la stagione degli anni Sessanta e Settanta? Cosa c'era allora? È possibile ristabilire ora quel clima?
«Allora c'era una comunanza eccezionale, tanta collaborazione, un grande confronto di idee, lavoro, amicizia tra artisti e si lavorava anche in altre città. Non c'era invidia, ma un comune interesse, una corripondenza, impossibile da stabilire adesso. C'era pure un atteggiamento analitico e critico sul nostro lavoro. Questi giovani pittori d'oggi sono piuttosto superficiali, cercano di giocare il ruolo d'artista per primeggiare. E' il lavoro profondo che deve spingerli a fare l'artista. E non pensare, solo, a diventare famosi».

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