Gazzetta di Modena

Modena

Emotion

Monari: «Vi racconto la gente e i luoghi della mia Fanano» 

di Michele Fuoco
Monari: «Vi racconto la gente e i luoghi della mia Fanano» 

Nel libro “Il Grande Vecchio” lo scrittore dà voce e volto al mondo della sua infanzia tra i sapori e le gioie d’un tempo 

3 MINUTI DI LETTURA





Una rappresentazione corale di una comunità, quella di Fanano, offre il romanzo “Il Grande Vecchio” di Giulio Monari (introduzione di Giancarlo Muzzarelli, sindaco di Modena, anche lui fananese) che sarà presentato sabato, alle 17, al Centro Studi Muratori. Nelle 350 pagine del libro, delle Edizioni Il Fiorino (euro 16,50), il nome Fanano non risulta mai, ma i fananesi si ritroveranno sin dalla prima pagina. Lo richiama “Il Grande Vecchio” che è la montagna, il Monte Pizzo, che guarda e protegge il piccolo paese. «Gran chiacchierona la montagna, per parlare - dice lo scrittore che ama definirsi narratore - la montagna, non ha bisogno di essere interrogata. Diventa il grande vecchio. Ed è lui lo sceneggiatore, il regista e la voce narrante di questo viaggio alla riscoperta di un mondo non dimenticato».
Cosa si è proposto con questo libro?
«Ho cercato di far rivivere le vicende umane di chi affronta la propria esistenza giorno dopo giorno fra amori e amicizie, speranze e disillusioni, paure e coraggio, tenacia e rassegnazione. Vite sospese fra un passato difficile da dimenticare, un presente da consumare in fretta nell’attesa di un futuro che attrae ma fa paura. Mi sono proposto di dare voce e volto al mondo che ha caratterizzato la mia infanzia. Un mondo umile e fiero, testardo e coraggioso. Ho tentato di fare in modo che il mio universo di allora fosse presente in ogni singola frase».
Chi sono questi “suoi” montanari?
«Senz’altro una razza a parte. Scorbutici, diffidenti, permalosi, generosi e testardi. Imprevedibili. Visi pieni di rughe, sguardi profondi come antri di montagne. Facce di gente tradita, cui la vita ha rubato spesso anche la speranza. Una sorta di attonito stupore nei loro occhi rivolti ad un mondo che corre e li lascia indietro. Parlano poco e sospettano di tutto. Vivono la quotidianità di abitudini antiche. Rigorosi guardiani del proprio orticello, non intendono dividerlo con nessuno. Un confine contestato per pochi metri può provocare fratture familiari secolari. Poi però quando qualcuno è in difficoltà o è colpito da una disavventura, eccoli “sti miei montanari” pronti a farsi in quattro. A volte possono non avere molte idee ma sempre chiarissime sono quelle che hanno. Irripetibili nelle loro sfide, sanno essere spavaldi e teneri, ribelli e disciplinati, avidi e parsimoniosi, astuti e generosi. Sono spiriti liberi che a volte si trovano addirittura in contraddizione con se stessi. “Bè e alura, cus’oi poi dett?”. Sanno annusare il vento, studiare il cielo, dialogare con le nuvole per poterti poi dire con aria saputa che il tempo, il giorno dopo, sarà…Sono capaci di farti sentire subito loro amico...».
Quanto c’è di personale nel suo “raccontone”?
«Credo che Il passato non sia mai passato e continui ad influenzare le nostre scelte, a influire sulla nostra vita. Un presente che, protesi come siamo verso il futuro, ci sfugge dalle dita senza che troviamo il tempo di considerarne il valore e avvertirne il calore. Penso che dovremmo ascoltare di più il respiro del nostro esserci oggi, godendo delle piccole gioie e soddisfazioni che ci può offrire e ringraziare quel “qualcuno” che ci ha concesso questo privilegio».
Un ritorno a casa, quindi, dopo “L’Ultimo amore” (Ed. Giraldi, 2006), ambientato sul mare di Riccione ?
«Si tratta proprio di un ritorno a casa dettato dal bisogno di inseguire il ricordo: le passeggiate notturne, il rumore della pioggia, l’aria fredda di un inverno interminabile, il caldo ansito dell’estate, il sospiro delle foglie, la leggerezza della neve. Il desiderio di riascoltarne i silenzi, riassaporarne i profumi, rivivere la magia di quei boschi che sono stati la palestra della nostra gioventù. Rituffarmi nel mistero delle sue stradine ordinate e pettegole. Specchiarmi nei lampioni gialli, accesi nella notte: discreti spettatori di tante avventure. Godere del chiacchiericcio degli zampilli d’acqua che escono gioiosi dalle bocche accigliate dei quattro fauni della fontana di piazza Corsini. Riprovare un’ultima volta quelle sensazioni indescrivibili che per tutti coloro che vivono lontano, costituiscono una ventata di giovinezza mista ad un inverno di rimpianti. Vede, Fanano è… Fanano. La nostra casa».
Una dichiarazione d’amore.
«Lo è».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google