Gazzetta di Modena

Modena

Carla Masi e i suoi "Green Days: "L’argilla della Maestra per studiare tra i fojonchi

di Francesco Dondi
Carla Masi e i suoi "Green Days: "L’argilla della Maestra per studiare tra i fojonchi

Cresciuta nella magica campagna di Pederiali, con lei sette generazioni «In classe sorridevo sempre: bimbi, le mani sono strumenti magnifici»

4 MINUTI DI LETTURA





Nella terra della Selva Bella, dove si nascondevano animali mitologici come il fojonco, la palpastriga, la gosa, la bosma e la fada, resi poi celebri dalle novelle di Giuseppe Pederiali, un bel giorno nasceva Carla Masi. La Maestra, con la “M” maiuscola, capace di crescere, educare e amare almeno sette generazioni di ragazzini, portandoli al Carnevale («29 edizioni sempre con un travestimento diverso»), amandoli, e insegnando l’uso della testa e delle mani “perché - ricorda - ho sempre ricordato loro che hanno due strumenti magnifici: con le unghie si può incidere, con le dita bucare, con il palmo modellare”. Carla, che insieme a tanti validi collaboratori tra cui Gherardo Braida e la moglie Annadina, ha trasmesso la passione per le lavorazioni con l’argilla, cotta in un forno installato in un laboratorio della scuola.

[[atex:gelocal:gazzetta-di-modena:site:1.15389493:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadimodena.it/image/contentid/policy:1.15389493:1650044465/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

Tutto parte nel 1972 - ricorda - quando, con il tempo pieno, vennero introdotti i laboratori. Ognuno degli insegnanti metteva a disposizione le proprie competenze mentre dall’esterno arrivavano gli esperti: la maestra che si portava la pianola da Modena o l’educatore di ginnastica. Il maestro Sola pensò alla ceramica, si andò a comprare quel forno che per anni ho usato con i miei bambini. Inizialmente l’argilla ce la donava la fornace di “Femminella” agli Obici, che ci metteva a disposizione i mattoni bucati. Era però talmente tanto impura che i sassolini esplodevano con le alte temperature: quanti vasi abbiamo rotto... Poi un papà, che lavorava alla Ceramica Panaria, si rese disponibile a farci arrivare un prodotto eccellente da Montelupo, ma dopo cinque anni tirò un sospiro di sollievo (ride, ndr) perché aveva finito la sua ricca donazione. Siamo sempre stati autosufficienti, l’architetto Braida allestiva delle magnifiche bancarelle e noi vendevamo i lavoretti fatti a scuola». E in effetti di targhe in terracotta appese agli ingressi delle abitazioni, di pensierini natalizi, vasi e posaceneri ne sono piene le case dei finalesi.

[[atex:gelocal:gazzetta-di-modena:site:1.15389492:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadimodena.it/image/contentid/policy:1.15389492:1650044465/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

Ma l’approdo di Carla Masi alla scuola elementare è stato quasi un caso. Lei, nata in Selva Bella, si trasferì alla Bolognina dove frequentò le elementari. «I primi quattro anni furono devastanti, avevamo una maestra che ci legava ai banchi, non ci faceva andare in bagno, ci negava la merenda. Veniva da Bologna, mangiava dei crackers che per noi bimbi di campagna erano prodotti sconosciuti. Una notte, per scongiurare lo sciopero dei treni, rimase a dormire a casa mia e ci regalò un pacco di crackers: il giorno dopo invitai tutti i miei amici per divorare quello strano cibo, che per noi abituati al pane fatto in casa, non erano granché goloso. Ma fu una rivincita».
La storia cambia in quinta quando a scuola arriva un maestro illuminato: «Ci portava sul canale Diversivo a disegnare; aveva allestito un tavolo con delle riviste, qualcosa di innovativo per chi ancora non aveva la tv a casa e non leggeva giornali. Addirittura realizzammo un allevamento di bachi da seta. Quella era la scuola che mi piaceva». E che poi ha sempre cercato di realizzare quando si è trovata dall’altra parte della cattedra, accogliendo con il sorriso e le sue fragorose risate i suoi studenti. «Li ho amati tutti allo stesso modo, non c’è cosa più bella che vedere crescere un bambino», ammette mentre ricorda uno dei tanti aneddoti: una mattina la classe al secondo piano, di fronte alla chiesa del Rosario, è ingestibile. Lei sbotta “vi lancio tutti sul sagrato”; il silenzio cala impietoso fino a quando un bimbo alza la mano: “maestra, cos’è il sagrato?”. Tutti si guardano, nessuno sa rispondere... “Dai bimbi, alla finestra, quello è un sagrato”, spiega sorridente la Carla mentre indica il piazzale.
Eppure è un lutto ad aver portato quella splendida maestra in una scuola. Perché dopo il diploma magistrale si era iscritta all’Isef a Bologna, ma la morte del padre la convinse a tornare a casa e per aiutare la madre iniziò a curare il doposcuola a Palata Pepoli, nella terra dei fojonchi. «E ho capito subito che quella sarebbe stata la mia vita, non c’era altro che mi appassionava così tanto e proprio la passione mi ha sempre portato in classe con il sorriso».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google