«Fu un criminale di guerra, trucidò civili innocenti per rappresaglia»
Elena Bianchini Braglia, scrittrice e direttore editoriale della rivista Il Ducato, è autrice di numerosi saggi che hanno stigmatizzato le contraddizioni del Risorgimento italiano.Come valuta la...
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Elena Bianchini Braglia, scrittrice e direttore editoriale della rivista Il Ducato, è autrice di numerosi saggi che hanno stigmatizzato le contraddizioni del Risorgimento italiano.
Come valuta la decisione del sindaco di Napoli?
«Positivamente, anche se sono solitamente contraria alla rimozione delle testimonianze storiche. In questo caso lo trovo giusto. Cialdini non ha nulla a che vedere con la cultura del Sud. Una via a lui intitolata non ha alcun senso, suona come una provocazione: ancora oggi molti lo considerano un invasore, un criminale di guerra, responsabili dei disastri del Meridione.
Che giudizio si può dare sul generale modenese? Cialdini si comportò come era consueto ai suoi tempi, o la sua condotta fu considerata negativamente anche dai contemporanei?
«Cialdini al Sud è per lo più ricordato come un criminale di guerra. Incaricato di reprimere la resistenza dei partigiani dei Borboni, fu responsabile della distruzione di due paesi, Casalduni e Pontelandolfo. Se da un lato il suo comportamento può rientrare nella logica dell’invasore che sottomette il popolo conquistato, o del militare che fa gli interessi del sovrano, dall’altro è indubbio che Cialdini andò oltre. La sua repressione fu talmente crudele da suscitare perplessità tra gli alleati. Al parlamento inglese – e l’Inghilterra aveva ampiamente finanziato e sostenuto la campagna sabauda nelle Due Sicilie – vennero portate interrogazioni sull’esercito piemontese. Lo stesso Garibaldi protestò, dimettendosi dal Parlamento; uno dei suoi figli arrivò ad “arruolarsi” fra i briganti».
Ha senso giudicare un personaggio come Cialdini con il metro della nostra epoca?
«I fatti storici andrebbero giudicati sempre a partire dai documenti e tenendo il più possibile conto del loro contesto. Purtroppo in Italia si tende ancora a etichettare e ideologizzare tutto, si usano i classici due pesi e due misure. Se si parla di Inquisizione o di Crociate, nessuno pensa a contestualizzare e si emette condanna senza appello. Se invece si parla di Risorgimento, tutto viene giustificato. Cialdini non si comportò diversamente dai nazisti: due paesi vennero dati alle fiamme per rappresaglia. Ma i nazisti sono riconosciuti come criminali, Cialdini è considerato un eroe. Stessi fatti, stessi crimini, colpe diverse? Inammissibile, non si fa storia ma ideologia».
A distanza di oltre 150 anni dall’Unità d’Italia, il nostro paese fatica a rapportarsi con serenità al Risorgimento
«Il Risorgimento non segna affatto la nascita del nostro paese. L’unità è stata fatta nel modo più sbagliato. Gli stessi sovrani preunitari e molti intellettuali pensavamo a un progetto federale, ma l’invasione di uno dei regni della penisola a spese degli altri e la campagna denigratoria che ne seguì, ha cancellato il passato. E al Sud è stata necessaria una lunga repressione armata. Così l’Italia nata fra violenze e bugie, non è mai entrata nel cuore degli italiani. Non si è mai creato un senso di identità. Lo stesso processo condotto parallelamente in Germania, con struttura federale, ha portato a risultati ben diversi». (g.s.)
Come valuta la decisione del sindaco di Napoli?
«Positivamente, anche se sono solitamente contraria alla rimozione delle testimonianze storiche. In questo caso lo trovo giusto. Cialdini non ha nulla a che vedere con la cultura del Sud. Una via a lui intitolata non ha alcun senso, suona come una provocazione: ancora oggi molti lo considerano un invasore, un criminale di guerra, responsabili dei disastri del Meridione.
Che giudizio si può dare sul generale modenese? Cialdini si comportò come era consueto ai suoi tempi, o la sua condotta fu considerata negativamente anche dai contemporanei?
«Cialdini al Sud è per lo più ricordato come un criminale di guerra. Incaricato di reprimere la resistenza dei partigiani dei Borboni, fu responsabile della distruzione di due paesi, Casalduni e Pontelandolfo. Se da un lato il suo comportamento può rientrare nella logica dell’invasore che sottomette il popolo conquistato, o del militare che fa gli interessi del sovrano, dall’altro è indubbio che Cialdini andò oltre. La sua repressione fu talmente crudele da suscitare perplessità tra gli alleati. Al parlamento inglese – e l’Inghilterra aveva ampiamente finanziato e sostenuto la campagna sabauda nelle Due Sicilie – vennero portate interrogazioni sull’esercito piemontese. Lo stesso Garibaldi protestò, dimettendosi dal Parlamento; uno dei suoi figli arrivò ad “arruolarsi” fra i briganti».
Ha senso giudicare un personaggio come Cialdini con il metro della nostra epoca?
«I fatti storici andrebbero giudicati sempre a partire dai documenti e tenendo il più possibile conto del loro contesto. Purtroppo in Italia si tende ancora a etichettare e ideologizzare tutto, si usano i classici due pesi e due misure. Se si parla di Inquisizione o di Crociate, nessuno pensa a contestualizzare e si emette condanna senza appello. Se invece si parla di Risorgimento, tutto viene giustificato. Cialdini non si comportò diversamente dai nazisti: due paesi vennero dati alle fiamme per rappresaglia. Ma i nazisti sono riconosciuti come criminali, Cialdini è considerato un eroe. Stessi fatti, stessi crimini, colpe diverse? Inammissibile, non si fa storia ma ideologia».
A distanza di oltre 150 anni dall’Unità d’Italia, il nostro paese fatica a rapportarsi con serenità al Risorgimento
«Il Risorgimento non segna affatto la nascita del nostro paese. L’unità è stata fatta nel modo più sbagliato. Gli stessi sovrani preunitari e molti intellettuali pensavamo a un progetto federale, ma l’invasione di uno dei regni della penisola a spese degli altri e la campagna denigratoria che ne seguì, ha cancellato il passato. E al Sud è stata necessaria una lunga repressione armata. Così l’Italia nata fra violenze e bugie, non è mai entrata nel cuore degli italiani. Non si è mai creato un senso di identità. Lo stesso processo condotto parallelamente in Germania, con struttura federale, ha portato a risultati ben diversi». (g.s.)
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