«L’Europa è in crisi di solidarietà»
di Luca Gardinale
Kyenge: «Si alzano troppi muri, ma chi accoglie come l’Italia fa la cosa giusta»
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Lui il titolo lo aveva vinto 89 anni fa, ma i tempi, e soprattutto il colore della sua pelle, hanno fatto sì che quella vittoria venisse negata dal regime fascista. Ma a volte il tempo (insieme alla volontà delle persone) restituisce quello che è stato tolto ingiustamente.
E così, poco meno di 90 anni dopo, è stato il luogo più idoneo, la massima autorità europea, a riconsegnargli quel titolo, che era appunto quello di campione europeo.
È stata l’emozionante vicenda di Leone Jacovacci, pugile romano di origini congolesi degli anni ’20, al centro dell’incontro con l’europarlamentare modenese Cécile Kyenge, che venerdì sera, alla Festa dell’Unità di Soliera, ha parlato della sua esperienza a Bruxelles nell’incontro ‘L’Europa che vorrei’.
Onorevole Kyenge, oggi viviamo in un mondo in cui l’Europa è sempre più vicina, ma allo stesso tempo lontana come istituzione, almeno nella percezione di tante persone. La ‘sua’ Europa è vicina o lontana?
«È vero: noi oggi vediamo un’Europa lontana, eppure ce l’abbiamo davanti tutti i giorni. In realtà, l’Europa non rappresenta altro che l’espressione dei nostri territori, perché a Bruxelles ci sono i rappresentanti delle varie aree geografiche dei rispettivi Paesi: il Parlamento Ue, soprattutto, rappresenta la voce dei territori. Di conseguenza, tante cose che si decidono in Europa hanno un riflesso sulla vita di tutti i giorni in Italia: insomma, l’Europa siamo noi, ed è prima di tutto una grande opportunità».
Lei ha speso parole molto positive per il neopresidente francese Macron.
«Al momento, è uno dei pochi leader europei che non si vergognano dell’Europa e che la sostengono senza riserve. Macron, come me, vuole un’Europa che sappia proteggere: a questo, a proteggerci, servono tante delle norme che vengono approvate, anche se tante persone, leader europei compresi, le vedono come la fonte di tutti i problemi…».
C’è però un tema sul quale è difficile vedere un’Europa vicina all’Italia: quello dell’immigrazione.
«Oggi viviamo un momento di profonda crisi di solidarietà tra i Paesi dell’Unione Europea, mentre alcuni Stati membri, in particolare a est, stanno mettendo in dubbio la capacità dell’Europa di accogliere gli immigrati. Penso al muro in Ungheria, ma tanti dimenticano che di muro ce n’è stato un altro, prima e più vicino: quello di Ceuta e Melilla, le città spagnole in Marocco. Già allora, come adesso in Ungheria, in un momento di crisi di solidarietà nell'Unione, qualche Stato membro, per disperazione, ha iniziato a chiudere le frontiere».
E l’Italia?
«L’Italia invece ha sempre mostrato solidarietà, salvando le persone e lanciando, dopo la tragedia di Lampedusa del 2013, l’operazione Mare Nostrum, che era anche un messaggio all’Europa: ‘Se non volete darci una mano, noi siamo capaci di farlo da soli, anche se vorremmo farlo insieme’. Insomma, l’Italia non ha mai giocato al vittimismo e ha sempre fatto delle proposte lungimiranti come quella di Mare Nostrum».
Ha portato a Bruxelles il documentario di Leone Jacovacci, il campione di pesi medi a cui il regime fascista negò il titolo di campione europeo perché nero. Oggi, 89 anni dopo, lei, che ha origini congolesi come Leone, pensa di vivere in un Paese razzista? Gli episodi ‘spiacevoli’ con Calderoli e Borghezio non sono mancati…
«Beh - sorride - qualche battaglia con Borghezio l’ho anche vinta. Adesso dice che sarà costretto a vendere la casa, ma se magari ci avesse pensato prima… In ogni caso, come dico sempre, l’Italia non è un Paese razzista: anzi, esprime tutt’altro che razzismo. Poi sì, ci sono alcuni, pochi, che urlano molto forte e per questo si sentono molto di più. Ho deciso di portare a Bruxelles la storia di Jacovacci, che dopo essersi visto rifiutare il titolo aveva scritto sul suo diario, in rosso, ‘Sono campione’, perché il documentario parla di diversità, un tema importante di cui oggi si parla ancora poco».
Tra le questioni attuali c’è anche quella dello ‘ius soli’, il diritto di cittadinanza per chi nasce in Italia. Lei spera ancora che si possa approvare la legge entro fine mandato?
«Sì, lo spero e lo devo sperare, perché si tratta di far capire a un Paese che c'è un milione di bambini e di giovani che sono qui e che sono un’opportunità per noi».
E così, poco meno di 90 anni dopo, è stato il luogo più idoneo, la massima autorità europea, a riconsegnargli quel titolo, che era appunto quello di campione europeo.
È stata l’emozionante vicenda di Leone Jacovacci, pugile romano di origini congolesi degli anni ’20, al centro dell’incontro con l’europarlamentare modenese Cécile Kyenge, che venerdì sera, alla Festa dell’Unità di Soliera, ha parlato della sua esperienza a Bruxelles nell’incontro ‘L’Europa che vorrei’.
Onorevole Kyenge, oggi viviamo in un mondo in cui l’Europa è sempre più vicina, ma allo stesso tempo lontana come istituzione, almeno nella percezione di tante persone. La ‘sua’ Europa è vicina o lontana?
«È vero: noi oggi vediamo un’Europa lontana, eppure ce l’abbiamo davanti tutti i giorni. In realtà, l’Europa non rappresenta altro che l’espressione dei nostri territori, perché a Bruxelles ci sono i rappresentanti delle varie aree geografiche dei rispettivi Paesi: il Parlamento Ue, soprattutto, rappresenta la voce dei territori. Di conseguenza, tante cose che si decidono in Europa hanno un riflesso sulla vita di tutti i giorni in Italia: insomma, l’Europa siamo noi, ed è prima di tutto una grande opportunità».
Lei ha speso parole molto positive per il neopresidente francese Macron.
«Al momento, è uno dei pochi leader europei che non si vergognano dell’Europa e che la sostengono senza riserve. Macron, come me, vuole un’Europa che sappia proteggere: a questo, a proteggerci, servono tante delle norme che vengono approvate, anche se tante persone, leader europei compresi, le vedono come la fonte di tutti i problemi…».
C’è però un tema sul quale è difficile vedere un’Europa vicina all’Italia: quello dell’immigrazione.
«Oggi viviamo un momento di profonda crisi di solidarietà tra i Paesi dell’Unione Europea, mentre alcuni Stati membri, in particolare a est, stanno mettendo in dubbio la capacità dell’Europa di accogliere gli immigrati. Penso al muro in Ungheria, ma tanti dimenticano che di muro ce n’è stato un altro, prima e più vicino: quello di Ceuta e Melilla, le città spagnole in Marocco. Già allora, come adesso in Ungheria, in un momento di crisi di solidarietà nell'Unione, qualche Stato membro, per disperazione, ha iniziato a chiudere le frontiere».
E l’Italia?
«L’Italia invece ha sempre mostrato solidarietà, salvando le persone e lanciando, dopo la tragedia di Lampedusa del 2013, l’operazione Mare Nostrum, che era anche un messaggio all’Europa: ‘Se non volete darci una mano, noi siamo capaci di farlo da soli, anche se vorremmo farlo insieme’. Insomma, l’Italia non ha mai giocato al vittimismo e ha sempre fatto delle proposte lungimiranti come quella di Mare Nostrum».
Ha portato a Bruxelles il documentario di Leone Jacovacci, il campione di pesi medi a cui il regime fascista negò il titolo di campione europeo perché nero. Oggi, 89 anni dopo, lei, che ha origini congolesi come Leone, pensa di vivere in un Paese razzista? Gli episodi ‘spiacevoli’ con Calderoli e Borghezio non sono mancati…
«Beh - sorride - qualche battaglia con Borghezio l’ho anche vinta. Adesso dice che sarà costretto a vendere la casa, ma se magari ci avesse pensato prima… In ogni caso, come dico sempre, l’Italia non è un Paese razzista: anzi, esprime tutt’altro che razzismo. Poi sì, ci sono alcuni, pochi, che urlano molto forte e per questo si sentono molto di più. Ho deciso di portare a Bruxelles la storia di Jacovacci, che dopo essersi visto rifiutare il titolo aveva scritto sul suo diario, in rosso, ‘Sono campione’, perché il documentario parla di diversità, un tema importante di cui oggi si parla ancora poco».
Tra le questioni attuali c’è anche quella dello ‘ius soli’, il diritto di cittadinanza per chi nasce in Italia. Lei spera ancora che si possa approvare la legge entro fine mandato?
«Sì, lo spero e lo devo sperare, perché si tratta di far capire a un Paese che c'è un milione di bambini e di giovani che sono qui e che sono un’opportunità per noi».
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