Modena, Nesci: porto la poesia in scuole e ospedali e invento nuovi mondi
di Michele Fuoco
La sua ultima raccolta è “Dialettando”, omaggio ai vernacoli modenese, calabrese e veneto. «Sono genuini e musicali»
3 MINUTI DI LETTURA
Nella poesia Antonio Nesci trova il senso e il valore della sua esistenza. Poesia, come disposizione al canto, raccolta in una ventina di volumetti, ma pure come magistero, trasmissione agli altri, con una partecipazione etica e culturale, attraverso una pratica quotidiana della parola orale e scritta presso scuole, ospedali, luoghi del disagio. La sua dedizione totale alla poesia si manifesta anche come presidente del Circolo “La Fonte d'Ippocrene”. Una laboriosità senza soste che lo porta a confrontarsi con la poesia in dialetto, nella consapevolezza che tra lingua e vernacolo non c'è subordinazione ma contiguità. E l'ultima sua fatica è “Dialettando” (Edizione dell'Aurora, pp. 64, euro 10; nota introduttiva di Emilio Rentocchini e Roberto Sartori, postfazione di Giovanni Capucci), con componimenti in calabrese, modenese e veronese.
Perché tre dialetti?
«Il calabrese è un rimando alle mie origini, rappresenta mia madre, mio padre, il richiamo alla mia infanzia nella povertà, la condizione economica della mia terra; il modenese è un omaggio alla città di adozione, dove capisco il dialetto (si parla soprattutto in campagna) e faccio un po' fatica a scriverlo; il veneto nasce dal fatto che opero anche nelle scuole di Verona. E lì tutti parlano il dialetto, mettendomi in una condizione privilegiata di ascolto. Nel libro c'è l'affetto, l'amicizia, il rapporto umano e sociale con queste terre».
Il dialetto è sempre una “cenerentola” o gode ora di maggiore attenzione?
«In questo momento c'è più interesse perché, con le continue migrazioni di genti di culture diverse, il dialetto pare essere una delle ultime roccaforti da custodire caramente. Senza dimenticare la sua vibrante musicalità, il fascino di una genuinità ed una essenzialità immediatamente concreta».
Come nasce il legame con la poesia?
«Nasce dal bisogno di inventare nuovi mondi. Se l'uomo ha sentimento, ha poesia ed è poeta. Necessaria la capacità del sentire e dell'ascoltare. La poesia sa dare risposte a quelle domande a cui non ci sono risposte».
Della poesia ne ha fatto una missione?
«È un modo per stare con me stesso insieme agli altri, entrare in una situazione di uguaglianza. Sono un credente nella poesia. L'ho portata in carcere, in ospedale (reparto oncologico di pediatria), in strutture disagiate, come i Portici di Vignola, dove ho scoperto persone di straordinaria intelligenza di cuore che supera di gran lunga l'intelligenza di testa. La poesia è un cuore. Si apre senza calcoli».
Sono utili i corsi di scrittura creativa?
«Non può esserci un maestro di poesia. Poesia è lasciarsi andare, vedere ciò che si vuole oltre il muro... Il mio lavoro è di stimolo. Mi considero una grande provocatore, creando una condizione di caos, perché solo nel caos si può mettere ordine».
Fondamentale è anche la sua lunga esperienza nelle scuole...
«Meraviglioso il rapporto con i bambini delle scuole primarie modenesi, con le loro sbalorditive domande e considerazioni. Dal 1985 abbiamo realizzato 13 Biennali di Poesia, documentate da altrettanti volumi. Credo di avere avuto oltre 20mila allievi. E poi ho lavorato in numerosi istituti superiori, nei licei anche di altre città (Cosenza, Parma, Reggio Emilia, Verona...)».
Quale funzione ha la “Fonte d'Ippocrene”, di cui è presidente?
«Il circolo è nato nel 1983: eravamo in cinque. Ora in tanti, ma super attivi una quindicina. Ci ritroviamo al centro Civico di via Marie Curie, per parlare di tanti argomenti, leggere le nostre poesie, metterci in discussione. Facciamo presentazioni di libri con autori anche famosi. Organizziamo da 23 anni il Premio Nazionale di poesia e da 24 quello di pittura estemporanea. Un'attività impegnativa. Non c'è da annoiarsi».
Perché tre dialetti?
«Il calabrese è un rimando alle mie origini, rappresenta mia madre, mio padre, il richiamo alla mia infanzia nella povertà, la condizione economica della mia terra; il modenese è un omaggio alla città di adozione, dove capisco il dialetto (si parla soprattutto in campagna) e faccio un po' fatica a scriverlo; il veneto nasce dal fatto che opero anche nelle scuole di Verona. E lì tutti parlano il dialetto, mettendomi in una condizione privilegiata di ascolto. Nel libro c'è l'affetto, l'amicizia, il rapporto umano e sociale con queste terre».
Il dialetto è sempre una “cenerentola” o gode ora di maggiore attenzione?
«In questo momento c'è più interesse perché, con le continue migrazioni di genti di culture diverse, il dialetto pare essere una delle ultime roccaforti da custodire caramente. Senza dimenticare la sua vibrante musicalità, il fascino di una genuinità ed una essenzialità immediatamente concreta».
Come nasce il legame con la poesia?
«Nasce dal bisogno di inventare nuovi mondi. Se l'uomo ha sentimento, ha poesia ed è poeta. Necessaria la capacità del sentire e dell'ascoltare. La poesia sa dare risposte a quelle domande a cui non ci sono risposte».
Della poesia ne ha fatto una missione?
«È un modo per stare con me stesso insieme agli altri, entrare in una situazione di uguaglianza. Sono un credente nella poesia. L'ho portata in carcere, in ospedale (reparto oncologico di pediatria), in strutture disagiate, come i Portici di Vignola, dove ho scoperto persone di straordinaria intelligenza di cuore che supera di gran lunga l'intelligenza di testa. La poesia è un cuore. Si apre senza calcoli».
Sono utili i corsi di scrittura creativa?
«Non può esserci un maestro di poesia. Poesia è lasciarsi andare, vedere ciò che si vuole oltre il muro... Il mio lavoro è di stimolo. Mi considero una grande provocatore, creando una condizione di caos, perché solo nel caos si può mettere ordine».
Fondamentale è anche la sua lunga esperienza nelle scuole...
«Meraviglioso il rapporto con i bambini delle scuole primarie modenesi, con le loro sbalorditive domande e considerazioni. Dal 1985 abbiamo realizzato 13 Biennali di Poesia, documentate da altrettanti volumi. Credo di avere avuto oltre 20mila allievi. E poi ho lavorato in numerosi istituti superiori, nei licei anche di altre città (Cosenza, Parma, Reggio Emilia, Verona...)».
Quale funzione ha la “Fonte d'Ippocrene”, di cui è presidente?
«Il circolo è nato nel 1983: eravamo in cinque. Ora in tanti, ma super attivi una quindicina. Ci ritroviamo al centro Civico di via Marie Curie, per parlare di tanti argomenti, leggere le nostre poesie, metterci in discussione. Facciamo presentazioni di libri con autori anche famosi. Organizziamo da 23 anni il Premio Nazionale di poesia e da 24 quello di pittura estemporanea. Un'attività impegnativa. Non c'è da annoiarsi».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google

