Modena: Condannato a 6 anni per tentato omicidio È già ai domiciliari
Sconterà la pena nella casa di Modena uno dei due albanesi del delitto Montruccoli. La madre delle vittime: «Vergogna»
MODENA. «Quando mi ha telefonato l’avvocato per comunicarmi che Tufa era ai domiciliari, erano le 17.30 ed ero in farmacia, appena uscita dallo psicologo, dove andiamo da due anni. Sono quasi svenuta, mi ha sorretto il farmacista». Mara Guidetti, madre di Marco Montruccoli, commenta così la notizia emersa nelle ultime ore: uno dei due albanesi coinvolti nell’episodio alle Forche di Puianello, nel Reggiano, è già a casa, ai domiciliari nella sua abitazione di Modena. Il tribunale ha accolto l’istanza del suo difensore, Carlo Taormina.
Per l’assassinio del 2 febbraio 2015 a casa di Matteo Montruccoli, che aveva chiamato il fratello Marco temendo l’incontro con due albanesi - in sottofondo, un traffico di droga - Fatmir Hykaj, che straziò Marco con 15 coltellate, è stato condannato a vent’anni per omicidio doloso; Daniel Tufa, che accoltellò Matteo, è stato assolto per il concorso in omicidio di Marco e condannato invece a sei anni per il tentato omicidio del sopravvissuto. Nell’abitazione dei genitori Montruccoli ieri è stato un continuo suonare al campanello: amiche e conoscenti venuti a portare conforto alla mamma. Mara mostra il cellulare intasato di messaggi, scritti su WhatsApp e Facebook. Il tenore di questa marea di solidarietà è sempre il medesimo: «La giustizia non esiste»; «Ho visto il tg, sei una grande mamma. È la legge che dovrebbe difendere Marco»; «Ma come si fa ad avere fede nella magistratura?»; «Sono davvero indignata»; «Vergognosa la giustizia italiana».
Mara, che non si è mai persa un’udienza, sempre seduta in prima fila con la foto di Marco, commenta: «Io ci ho sempre creduto e sperato. Ho creduto che la giustizia, sulla quale ho riversato tutto il mio dolore, esistesse. Stavolta sono meravigliata che tante persone, anche sconosciute, abbiano espresso rabbia e sdegno. Anch’io sono schifata: mi vergogno di essere italiana».
Tra le telefonate, arrivate nella villetta ad Albinea, anche quella di una mamma ignota: «Piangeva, diceva che a suo figlio, in carcere per furto, non sono stati concessi i domiciliari. Non so che tipo di furto abbia fatto, non gliel’ho chiesto. Però mi chiedo: come si fa a scarcerare uno che ha commesso un reato contro la vita, poi scappato in Germania, senza mai pentirsi? Perché Matteo è vivo per miracolo: per due millimetri la coltellata non ha colpito il pericardio. La vita umana vale come una bicicletta? Dov’è l’ago della bilancia? Si mette fuori un assassino e si tiene dietro le sbarre un ladro di polli?» La voce si incrina. Mara prosegue con i fazzoletti di carta di fianco e le foto di Marco sul tavolo. «Io ci ho sempre creduto e sperato. Ho creduto che la giustizia, sulla quale ho riversato tutto il mio dolore, esistesse. Volevo incatenarmi davanti al tribunale. Il mio avvocato me l’ha sconsigliato. Non importa, tanto sono incatenata in casa. Ma non è finita: continuerò a combattere finché avrò fiato in gola». Mara racconta che, dopo due anni di calvario e dopo la sentenza di tre settimane fa, ha pensato: «L’appello inizierà tra un anno, forse comincerò a respirare. Invece...». Sui domiciliari a Tufa il pm Maria Rita Pantani ha annunciato che presenterà appello al tribunale del Riesame. Papà Mario rompe il silenzio: «Non mi stupirei se Hykaj uscisse tra dieci anni. Purtroppo c’è una sentenza e qualsiasi commento è vano. Non sono soddisfatto della condanna di primo grado; dei domiciliari ancora meno»
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