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il nonantolano marco acerbi 

«Mi ha salvato un poliziotto Ho visto la morte negli occhi»

«Mi ha salvato un poliziotto Ho visto la morte negli occhi»

«Sono salvo, acciaccato, indolenzito, ma salvo. Ho visto la morte negli occhi mentre alcune persone in fuga mi schiacciavano a terra. Poi quella mano, quel braccio teso al quale mi sono aggrappato...

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«Sono salvo, acciaccato, indolenzito, ma salvo. Ho visto la morte negli occhi mentre alcune persone in fuga mi schiacciavano a terra. Poi quella mano, quel braccio teso al quale mi sono aggrappato disperato per la paura e per il dolore. Era un poliziotto. Nel punto di piazza San Carlo in cui mi trovavo, cioè a metà, a ridosso del portico, c’erano due o tre poliziotti. Lui mi ha salvato la vita. Non so chi sia però so che il suo volto non lo dimenticherò mai. Aveva una forza, quella presa, che pareva fatta di acciaio…».
Marco Acerbi è un 48enne nonantolano, operaio specializzato, sindacalista, membro di associazioni del territorio. Poi c’è la passione. Una passione grande per la Juventus, tale da portarlo ogni quindici giorni allo Juventus Stadium, al quale è abbonato. Sabato, a Torino, davanti al maxischermo che raccontava da Cardiff la finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid si apprestava a vivere un altro dei suoi appuntamenti da tifoso. Già alle sei del mattino aveva annunciato sui social partenza e fiero sostegno. “Giornata intensa oggi, prima tappa Piazza San Carlo”, scriveva.
Si fa sera, l’attesa è esponenziale. Trentamila persone assiepate nella spettacolare ed elegante piazza. D’un tratto il frastuono e il panico. Un panico che avrebbe causato 1500 feriti. «Qualcuno dal Cielo mi ha protetto. Quel poliziotto era lì, credo abbia letto nei miei occhi il gran dolore al torace e lo spavento. Definire quel rumore? Un botto. Duro, secco, è stato un suono che ha echeggiato, un suono che ha fatto tremare la piazza come accade nei terremoti. Poi ci siamo aiutati, chi era stato salvato aiutava quello accanto. Infine la fuga. Sono ancora indolenzito alle spalle, alla schiena, ma non è niente rispetto altre persone. Ho visto feriti, ho ascoltato grida e singhiozzi. Non mi sono fatto visitare da ospedali torinesi, ho voluto tornare a casa. Oggi sto meglio, sono andato al lavoro. Me la sono sentita perché di feriti molto più gravi di me ne ho visti pure troppi. È a loro che non smetto di pensare. A loro e a quel poliziotto che mi ha salvato».
Patrizia Cantusci

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