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Modena. Sentenze “lumaca”: giudice censurato

di Carlo Gregori
Modena. Sentenze “lumaca”: giudice censurato

Il magistrato di pace Campodoni depositò decine di decisioni con lunghi ritardi. Record: 727 giorni. Il Tar boccia suo ricorso

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MODENA. La censura del Consiglio Superiore della Magistratura contro il giudice di pace Liana Campodoni - ai tempi dei fatti contestati in servizio in via San Pietro a Modena - è giustificata: il Tar del Lazio ha respinto il ricorso del magistrato onorario per annullare la sanzione disciplinare presa dall’organo di autogoverno dei magistrati contro di lei, e ratificata dal Ministero di Grazia e Giustizia. È accusata di gravi ritardi nel deposito di numerose sentenze civili. La Campodoni ha sostenuto che quei ritardi erano imputabili alla cattiva organizzazione della segreteria dell’Ufficio del Giudice di Pace di Modena, ma i giudici amministrativi hanno ritenuto che la sua spiegazione non giustifica l’accaduto. La loro sentenza ricostruisce per intero la gestione di queste pratiche giudiziarie che, come ricorda il Tar del Lazio, di norma devono essere depositate entro 15 giorni. E invece sono arrivate, fino a 727 giorni... Un caso noto nei corridoi di via San Pietro ma mai approfondito.
Nella sentenza si spiega che, stando agli atti utilizzati dal Csm, durante un’ispezione il 12 settembre 2013 nella segreteria della sezione civile del Giudice di Pace furono trovati 17 fascicoli assegnati a questo giudice onorario, 5 dei quali contenenti una sentenza sottoscritta ma senza il timbro di deposito. L’accertamento era successivo all’avvio di una verifica ordinata in luglio dal presidente del Tribunale di Modena e poi girata alla Procura Generale di Bologna, che ha poi contestato alla Campodoni ben 41 sentenze civili depositate nel secondo semestre 2012 con un ritardo di oltre 120 giorni. Il ritardo massimo era di 737 giorni, ovvero due anni. In dicembre sempre la Procura Generale contestava al giudice Campodoni il deposito in ritardo di 16 sentenze quando era giudice di pace a Pavullo: una in ritardo di 265 giorni, otto di 235 giorni, le altre di sei mesi. Risultavano poi cinque assenze dal lavoro ravvicinate senza giustificazione che hanno fatto saltare le udienze. Unificati tutti questi casi, il 2 luglio 2014 il Csm ha sottoposto a sanzione di censura la Campodoni. Oltre ad aver sostenuto che le assenze erano state annunciate telefonicamente, la sua giustificazione sulle sentenze tardive - uno dei punti del suo ricorso - è che la colpa va cercata nelle gravi disfunzioni della cancelleria. I giudici del Tar ribattono che se era così, non si capisce perché non se ne era mai lamentata, tanto più che già nel 2005 era incappata in un ammonimento del Csm sempre per i ritardi nel deposito di sentenze e nel 2013 era stato aperto un nuovo fascicolo poi archiviato per altri ritardi. Se i giudici ritengono che non ci sono dubbi sul ritardi dei provvedimenti, ricordano come l’atteggiamento della Campodoni «integri una chiara violazione dei doveri di diligenza e operosità che incombono sul magistrato, anche onorario». Questi ritardi sanzionati dal Csm nel 2014 «superano la soglia della ragionevolezza mutuando in sintomi di inefficienza - si legge nella sentenza del Tar - e facendo escludere l’operatività di qualsiasi causa giustificativa, compresa la gravosità dei carichi di lavoro» che la ricorrente aveva invocato.
«Lo stesso è da dirsi per l’archiviazione dell’altro provvedimento disciplinare avviato a carico della ricorrente sempre per il ritardo del deposito di provvedimenti nei mesi immediatamente precedenti».
Quanto alle cinque assenze, i giudici sostengono che non si può invocare un’abitudine dell’Ufficio di via San Pietro. Il punto è che le assenze ravvicinate «hanno determinato, come ammette la ricorrente, la necessità di disporre il rinvio della trattazione delle controversie programmate per quelle date». E questo disagio, spiegano, è un’interruzione dell’ordinaria attività dell’Ufficio del Giudice di Pace e rende inutile la presenza delle parti costrette a ritornare, comporta un aggravio di lavoro per la cancelleria e il dilatare i tempi per la sentenza. Tutte conseguenze negative.
 

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