Franco D'Aniello e i Modena City Ramblers: 26 anni di musica e impegno sociale
Il fondatore e flautista dei Mcr si racconta: dal 90 a oggi tante novità ma stessa energia
MODENA. Una vita passata a calcare un palco, o meglio, metà di una vita. Franco D’Aniello è la “voce sottile” dei Modena City Ramblers, quella acuta e melodica del “tin whistle”, il flauto (magico) che mette il marchio folk ai 26 anni di storia del più noto - e identitario - gruppo modenese, di cui è cofondatore e membro dal lontano 1991. Essere musicista di professione espone in modo chiaro la propria immagine di fronte a migliaia di persone ogni volta, milioni di esseri umani, se si pensa al totale di un quarto di secolo di attività. Ma cosa si cela dietro le quinte di decenni passati tra palchi, piazze, città, infiniti spostamenti in furgone?
«La nostra è la vita del musicista on the road, fatta di trasferte continue, di solito relativamente brevi, quindi non è mai eccessivo il lasso di tempo lontano da casa, ma comunque frequente» racconta Franco. «Una quotidianità in cui si alternano lunghe attese, tanti chilometri sulla strada, momenti che possono essere certamente stancanti, ma che vengono ripagati da tutto quello cui portano. E non parlo solo dell’adrenalina del palco e del piacere unico che dona suonare, che certamente sono elementi indispensabili che ritengo una fortuna poter vivere da così lungo tempo, ma anche di un aspetto meno evidente e difficile da spiegare, che è ciò che lascia il viaggio stesso».
Fabrizio De André lo spiegava con la celebre frase “per la sola ragione del viaggio: viaggiare” e sembra essere questo il “quinto elemento” in cui si addentra Franco, all’interno di una descrizione sinestetica composta da frammenti di immagini, luoghi senza tempo, fotografie che emergono dalla sua memoria, volti, sguardi, persone incontrate. Profumi. Sensazioni. «Questo lavoro, anche se chiamarlo così non mi piace, perché è sempre stata una passione, dà accesso a una parte di mondo che normalmente non si ha la possibilità di incontrare, un mondo che non si trova nei racconti.
Venire a contatto con le persone nelle proprie città, all’interno dei contesti in cui vivono, osservando i luoghi e i gesti della loro quotidianità, mi lascia qualcosa che mi arricchisce di volta in volta». Franco parla di quel patrimonio di esperienze in un modo tale che sembra evocare un tesoro, qualcosa di intimo e personale al quale sembra quasi di potere accedere, come quando, in un sogno da bambini, si apre uno scrigno pieno di monete d’oro e per un attimo gli occhi restano abbagliati dalla luce che ne esce. «È molto diverso rispetto alla vita di una rockstar, che catalizza l’attenzione su di sé, restando relativamente isolata; noi arriviamo, portiamo qualcosa e contemporaneamente ci lasciamo permeare da tutto quello che viviamo… tutto ciò che vedo e sento, in trasferta, sono feedback e sensazioni che pian piano si accumulano». Con una media di 60-70 concerti l’anno, che equivale a circa 100 giorni di trasferta su 365, questo accumulo può tuttavia arrivare a stancare i musicisti, da un punto di vista fisico ma anche emotivo.
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«Dopo un tour abbiamo bisogno di riposare e lasciare decantare tutto ciò che abbiamo vissuto, per questo è anche difficile avere impegni integrativi: dal 1996 siamo diventati MCR 24/7, tutto l’anno, e questo comporta anche altri aspetti, come l’essere disponibili all’ultimo momento per suonare». Una sorta di “reperibilità musicale”, che rende i componenti della band reclutabili anche il pomeriggio per la sera «Come quella volta - racconta - tanti anni fa, in cui da Bologna ci chiamarono ad aprire il concerto dei Simple Minds poche ore dopo: allora qualcuno faceva anche altri lavori, ma ci siamo dovuti rendere disponibili in quattro e quattr’otto!». E qual è il rapporto con i vostri fan? «Negli anni sono cambiate tante cose: dai componenti della band, al pubblico che ci segue. Dagli anni ’90 è cambiato radicalmente il costume: allora non si suonava pensando all’aspetto estetico, ci si concentrava solo sui contenuti veicolati dalla musica.
Volevamo cambiare le cose, d’altronde erano gli anni di Mani Pulite, la lotta alla mafia, gli attentati… l’impegno sociale e politico era diverso, ci capitava spesso di fermarci a parlare di politica sotto al palco, con chi ci ascoltava. Poi sono arrivati gli anni 2000 e il cambiamento è stato forte, con il movimento No Global di Seattle, che portava tematiche nuove, ma in Italia i fatti del G8 di Genova portarono una grossa disillusione e si azzerò tutto. Negli ultimi 2-3 anni stiamo assistendo a un rinnovo, di cui ci accorgiamo osservando il nostro pubblico: dal venerdì al sabato sera cambia molto, vediamo generazioni diverse, e siamo curiosi e felici di vedere che al sabato è quasi interamente composto da giovanissimi. Questo ci carica molto, ci dà tanta energia e offre anche spunti per scrivere le canzoni di nuovi album, continuando a parlare di tematiche sociali in un modo nuovo».
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QUELLA VOLTA CON SCORSESE
Dal palco al grande cinema, con una preziosa esperienza: attraverso la musica, D’Aniello è giunto sul set di uno dei più grandi registi di tutti i tempi, Martin Scorsese. Accade nel 2001, anno in cui la produzione del film “Gangs of New York”, in parte italiana e in parte statunitense, sceglie di realizzare le musiche folk a Roma.
«Dal punto di vista artistico è stata l’esperienza più incredibile, e credo irripetibile, che mi sia mai capitata. Il livello professionale di Scorsese è il massimo a cui ho assistito, una perfezione nei dettagli da lasciare a bocca aperta».
Come sei arrivato alle scene del film?
«Fu De Marinis, grande esperto di musica folk, a selezionare i musicisti: io ho registrato due brani di whistle per la colonna sonora, di cui uno solo flauto e tamburo, e l’altro in cui era richiesto che facessi anche la comparsa. È così che sono finito a pochi metri da attori come Leonardo di Caprio, Daniel Day-Lewis, Cameron Diaz… è stato molto emozionante, anche se sicuramente fisicamente impegnativo. Per recitare una scena di pochi secondi, siamo rimasti in piedi quattro ore, ripetendo le stesse cose almeno dieci volte. Anche se quella scena non fosse stata utilizzata, Scorsese voleva che risultasse perfetta come tutte le altre, perciò i dettagli erano curati minuziosamente: noi tutti suonavamo in playback, ma avendo in cuffia i brani, in modo che le mani si muovessero esattamente a tempo e fosse tutto coordinato. Era un dato importante, per un film che è costato oltre 100 milioni di dollari!».
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