Parco sui viali cementificato, l'atodifesa di Sitta: «Se sono reato le decisioni di giunta non si fa più niente»
di Carlo Gregori
La difesa a tutto campo del progetto Parco: «Fu vagliato in molte occasioni. Possibile che tutti abbiano sbagliato?»
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Al processo sul caso chioschi, ieri l’ex assessore Daniele Sitta si è lanciato in una difesa dell’attività politico-amministrativa lontana dalle aule giudiziarie. «Non possiamo confondere i piani. Chi amministra ha delle idee e le discute - ha detto alla fine delle sue dichiarazioni spontanee - se consideriamo queste idee dei reati allora diventa difficile lavorare. Se consideriamo ogni decisione presa in totale trasparenza una controversia da portare in tribunale diventa difficile intervenire per amministratori e dirigenti tecnici di un ente pubblico perché l’amministrazione ha il diritto e il dovere di riqualificare un parco in degrado. Le idee per raggiungere questo scopo possono essere sbagliate ma non sono un atto criminoso».
Difesa del progetto. Sitta, che è imputato per un reato minore, aveva appena ricordato le condizioni di degrado del Parco: l’area verde era frequentata sempre più da “emarginati e spacciatori” (questa la sua definizione) e sempre meno da famiglie. Per abbattere il degrado e riqualificare un parco bisogna portare vita e per farlo servono attività e servizi. «Come a Central Park di New York, guardate come è rinato grazie ai chioschi e ai servizi che offre - ha spiegato - anche se il Parco delle Mura non è uguale, dato che è un parco urbano circondato da strade ad alto traffico. Volevamo insomma che diventasse un luogo sociale di passaggio e sosta con una fruizione per tutto l’anno». Sui chioschi Sitta ha difeso a spada tratta la liceità e soprattutto la bontà delle scelte fatte dalla Giunta Pighi fin dalla richiesta iniziale di un vincolo di tutela nel 2005. I chioschi furono il frutto di scelte dettate dal progetto Castelnovi, ma anche da sue e dello suo staff e infine dagli incontri con la Soprintendenza. Il prototipo - la baracchina dall’ex Cinema Principe - era stato passato al vaglio del Soprintendente Sabina Ferrari, della conferenza servizi e della Commissione comunale Architettura. «Possibile che tutti si siano sbagliati?», ha chiesto lasciando rimbombare la domanda nel silenzio dell’aula del tribunale.
La Soprintendenza. Poco prima di lui, parlando delle varie fasi di valutazione dei chioschi, la dottoressa Graziella Polidori, funzionaria da 37 anni della Soprintendenza a Bologna, ha spiegato che nell’istruire il fascicolo per il parere non si valutava il progetto del Comune: non era loro competenza. La Soprintendenza non dava indicazioni o prescrizioni su come seguire le opere ma solo una valutazione di conformità con quello che doveva essere il parco. Il confronto è stato serrato, è durato anni e ha avuto anche varie fasi molto diverse in base all’elaborazione al numero di chioschi previsti. Ma non esisteva un vincolo diretto sul Parco. Il primo soprintendente ad occuparsene, Elio Garzillo, non agì neppure “ope legis”. Il successore, Sabina Ferrari, e l’attuale Paola Grifoni hanno avuto numerosi incontri con lo staff del Comune di Modena basandosi sul vincolo del 2005 ma sempre tenendo conto solo della mappa originale del Parco e della mappa catastale sulla quale appaiono già dagli anni Cinquanta i chioschi, pur nei loro aspetti caotici e abusivi: a lei importava che i nuovi chioschi non occupassero più spazio di quelli vecchi. Quindi, ci si chiede, se non era competenza della Soprintendenza valutare il progetto, a chi spettava verificare se conteneva scelte “borderline”?
Cemento, falso problema. Prima della Polidori aveva parlato il suo consulente tecnico: l’architetto Giovanni Carbonara, esperto di primo piano nella conservazione dei beni. Sul parco ha detto che «c’è stata volontà di dare ordine architettonico e di sanare la presenza di piccoli chioschi nati abusivamente. I chioschi non erano riformabili, erano da rifare ricollocandoli appunto in un ordine architettonico e accorpandoli». Carbonara ha anche spiegato che secondo lui c’è stata attenzione al verde. Quanto all’utilizzo di materiali come cemento armato e acciaio, a suo avviso è una falsa questione: in questi interventi bisogna guardare alla funzionalità oltre che alla visione estetica finale. «Guardate che la funzionalità è importante perché se non c’è utilizzo del parco, non c’è vita e quindi inizia l’abbandono e il degrado», ha ammonito.
Sempre a proposito di verde la Polidori poco dopo spiegherà che, anche se non rientrava nella valutazione della Soprintendenza, il verde del Parco non era un problema: il numero soldati caduti da ricordare (960) non ha mai corrisposto con quello degli alberi piantati (1391).
Difesa del progetto. Sitta, che è imputato per un reato minore, aveva appena ricordato le condizioni di degrado del Parco: l’area verde era frequentata sempre più da “emarginati e spacciatori” (questa la sua definizione) e sempre meno da famiglie. Per abbattere il degrado e riqualificare un parco bisogna portare vita e per farlo servono attività e servizi. «Come a Central Park di New York, guardate come è rinato grazie ai chioschi e ai servizi che offre - ha spiegato - anche se il Parco delle Mura non è uguale, dato che è un parco urbano circondato da strade ad alto traffico. Volevamo insomma che diventasse un luogo sociale di passaggio e sosta con una fruizione per tutto l’anno». Sui chioschi Sitta ha difeso a spada tratta la liceità e soprattutto la bontà delle scelte fatte dalla Giunta Pighi fin dalla richiesta iniziale di un vincolo di tutela nel 2005. I chioschi furono il frutto di scelte dettate dal progetto Castelnovi, ma anche da sue e dello suo staff e infine dagli incontri con la Soprintendenza. Il prototipo - la baracchina dall’ex Cinema Principe - era stato passato al vaglio del Soprintendente Sabina Ferrari, della conferenza servizi e della Commissione comunale Architettura. «Possibile che tutti si siano sbagliati?», ha chiesto lasciando rimbombare la domanda nel silenzio dell’aula del tribunale.
La Soprintendenza. Poco prima di lui, parlando delle varie fasi di valutazione dei chioschi, la dottoressa Graziella Polidori, funzionaria da 37 anni della Soprintendenza a Bologna, ha spiegato che nell’istruire il fascicolo per il parere non si valutava il progetto del Comune: non era loro competenza. La Soprintendenza non dava indicazioni o prescrizioni su come seguire le opere ma solo una valutazione di conformità con quello che doveva essere il parco. Il confronto è stato serrato, è durato anni e ha avuto anche varie fasi molto diverse in base all’elaborazione al numero di chioschi previsti. Ma non esisteva un vincolo diretto sul Parco. Il primo soprintendente ad occuparsene, Elio Garzillo, non agì neppure “ope legis”. Il successore, Sabina Ferrari, e l’attuale Paola Grifoni hanno avuto numerosi incontri con lo staff del Comune di Modena basandosi sul vincolo del 2005 ma sempre tenendo conto solo della mappa originale del Parco e della mappa catastale sulla quale appaiono già dagli anni Cinquanta i chioschi, pur nei loro aspetti caotici e abusivi: a lei importava che i nuovi chioschi non occupassero più spazio di quelli vecchi. Quindi, ci si chiede, se non era competenza della Soprintendenza valutare il progetto, a chi spettava verificare se conteneva scelte “borderline”?
Cemento, falso problema. Prima della Polidori aveva parlato il suo consulente tecnico: l’architetto Giovanni Carbonara, esperto di primo piano nella conservazione dei beni. Sul parco ha detto che «c’è stata volontà di dare ordine architettonico e di sanare la presenza di piccoli chioschi nati abusivamente. I chioschi non erano riformabili, erano da rifare ricollocandoli appunto in un ordine architettonico e accorpandoli». Carbonara ha anche spiegato che secondo lui c’è stata attenzione al verde. Quanto all’utilizzo di materiali come cemento armato e acciaio, a suo avviso è una falsa questione: in questi interventi bisogna guardare alla funzionalità oltre che alla visione estetica finale. «Guardate che la funzionalità è importante perché se non c’è utilizzo del parco, non c’è vita e quindi inizia l’abbandono e il degrado», ha ammonito.
Sempre a proposito di verde la Polidori poco dopo spiegherà che, anche se non rientrava nella valutazione della Soprintendenza, il verde del Parco non era un problema: il numero soldati caduti da ricordare (960) non ha mai corrisposto con quello degli alberi piantati (1391).
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