L’ex Cisa Cerdisa rivive nelle foto di Cipolli
Il fotografo 23enne ha scattato immagini dello stabilimento, raccolte in una pagina Facebook
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Un attimo prima che i cancelli si chiudessero per sempre e che le operazioni di cantiere per bonifica e demolizione cominciassero, dentro alla ex Cisa Cerdisa sembrava che la vita si fosse fermata all'improvviso, come se una sorta di era glaciale avesse bloccato l’attimo il giorno della chiusura dell’azienda e dello spegnimento degli impianti.
Qualcuno riuscì a entrare e fotografare l’azienda proprio in quell’attimo e ha poi postato le foto in una pagina, “Vrbesqve”, dedicata all’archeologia industriale. Immagini che servono a mantenere memoria di un passato importante per il comprensorio ma che convincono sempre più del fatto che chi pensava non solo a una riconversione, ma anche a una valorizzazione di qualche pezzo in questa ex area industriale oggetto di nuova urbanistica, forse non aveva tutti i torti.
Dario Cipolli, 23 anni, tra mille passioni ha anche quello della fotografia, in particolare di luoghi disabitati. «Chi non è mai passato almeno una volta nei pressi di qualche edificio disabitato chiedendosi: com’è dentro? Ho creato la pagina con lo scopo di condividere le mie foto di questi luoghi - quindi ciò che vedo- con chi non ha avuto la possibilità di entrarvi» spiega Dario. Le foto sono state scattate nel 2016, un attimo prima che la demolizione cominciasse, nel settore sassolese dell'azienda, quello ancora in piedi ma nel frattempo sgomberato da ogni cosa. La ditta era chiusa da un pezzo eppure dalle immagini si direbbe abbandonata all’improvviso: ci sono ancora campioni, sala mostra con ambientazioni, quadri elettrici, motorini e biciclette usati per spostarsi all'interno dell'area, i calendari degli anni Novanta alle pareti, i faldoni dei documenti, mille segni della vita che per decenni è passata da qui.
«Le prime due cose di cui mi accorgo sempre in questi luoghi - spiega l’autore - sono la quiete e l’odore. Tutti i posti hanno lo stesso umido odore di fondo che ti accompagna. Quello che visivamente mi colpisce è il modo in cui tutto è stato dimenticato: i cassetti dei banconi sono pieni degli attrezzi di lavoro, ci sono scatole ancora sigillate di piastrelle, ai vetri degli uffici sono attaccati ancora foglietti con numeri da chiamare o con importanti cose da ricordare; calendari di diversi anni invecchiano sulle pareti, schedari colorati riposano in ordine sugli scaffali. Passando tra i carrelli che trasportavano le piastrelle a cuocere nei forni si ha come l'impressione di sentire gli operai al lavoro, i macchinari funzionare e le voci volare nell'aria. L’assenza di vandalismo ha fatto sì che si fosse mantenuto integro anche il salone esposizioni».
Archeologia industriale, si è detto. Quella di Cisa Cerdisa poteva essere non solo riconversione ma anche memoria. «Quello che mi piace pensare in questi casi - conclude Dario - è che ci sia sempre la possibilità di ricordare, attraverso la conservazione di qualche elemento simbolo dell'epoca passata. Si sarebbe potuto per esempio mantenere qualche capannone di dimensioni modeste, magari trasformandolo in un piccolo museo con al suo interno oggetti provenienti proprio dalle ceramiche: creare qualche centro culturale a tema potrebbe non essere una cattiva idea, anche se i progetti che non generano un ritorno monetario immediato spesso non sono presi molto in considerazione». (g.b.)
Qualcuno riuscì a entrare e fotografare l’azienda proprio in quell’attimo e ha poi postato le foto in una pagina, “Vrbesqve”, dedicata all’archeologia industriale. Immagini che servono a mantenere memoria di un passato importante per il comprensorio ma che convincono sempre più del fatto che chi pensava non solo a una riconversione, ma anche a una valorizzazione di qualche pezzo in questa ex area industriale oggetto di nuova urbanistica, forse non aveva tutti i torti.
Dario Cipolli, 23 anni, tra mille passioni ha anche quello della fotografia, in particolare di luoghi disabitati. «Chi non è mai passato almeno una volta nei pressi di qualche edificio disabitato chiedendosi: com’è dentro? Ho creato la pagina con lo scopo di condividere le mie foto di questi luoghi - quindi ciò che vedo- con chi non ha avuto la possibilità di entrarvi» spiega Dario. Le foto sono state scattate nel 2016, un attimo prima che la demolizione cominciasse, nel settore sassolese dell'azienda, quello ancora in piedi ma nel frattempo sgomberato da ogni cosa. La ditta era chiusa da un pezzo eppure dalle immagini si direbbe abbandonata all’improvviso: ci sono ancora campioni, sala mostra con ambientazioni, quadri elettrici, motorini e biciclette usati per spostarsi all'interno dell'area, i calendari degli anni Novanta alle pareti, i faldoni dei documenti, mille segni della vita che per decenni è passata da qui.
«Le prime due cose di cui mi accorgo sempre in questi luoghi - spiega l’autore - sono la quiete e l’odore. Tutti i posti hanno lo stesso umido odore di fondo che ti accompagna. Quello che visivamente mi colpisce è il modo in cui tutto è stato dimenticato: i cassetti dei banconi sono pieni degli attrezzi di lavoro, ci sono scatole ancora sigillate di piastrelle, ai vetri degli uffici sono attaccati ancora foglietti con numeri da chiamare o con importanti cose da ricordare; calendari di diversi anni invecchiano sulle pareti, schedari colorati riposano in ordine sugli scaffali. Passando tra i carrelli che trasportavano le piastrelle a cuocere nei forni si ha come l'impressione di sentire gli operai al lavoro, i macchinari funzionare e le voci volare nell'aria. L’assenza di vandalismo ha fatto sì che si fosse mantenuto integro anche il salone esposizioni».
Archeologia industriale, si è detto. Quella di Cisa Cerdisa poteva essere non solo riconversione ma anche memoria. «Quello che mi piace pensare in questi casi - conclude Dario - è che ci sia sempre la possibilità di ricordare, attraverso la conservazione di qualche elemento simbolo dell'epoca passata. Si sarebbe potuto per esempio mantenere qualche capannone di dimensioni modeste, magari trasformandolo in un piccolo museo con al suo interno oggetti provenienti proprio dalle ceramiche: creare qualche centro culturale a tema potrebbe non essere una cattiva idea, anche se i progetti che non generano un ritorno monetario immediato spesso non sono presi molto in considerazione». (g.b.)
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