Modena, guerra in tribunale sull’eredità Delfini
I parenti impugnano il testamento che dona tutto alla Chiesa Nel frattempo alla Curia restano i beni e il 32% di Villa Igea
MODENA. Niente da fare, non c’è accordo tra Curia modenesi e i parenti di Paolo e Giulio Delfini per la suddivisione del lascito dei fratelli morti poco più di un anno fa.
Come unico documento un testamento olografo di poche righe in cui Giulio Delfini, prima di spararsi alla tempia con la pistola che deteneva regolarmente, aveva donato tutto alla Chiesa.
Di qui è partita una lunga procedura che è durata un anno per la ricognizione dei beni, tra case e altri immobili a Modena, a Medolla (luogo d’origine della famiglia) e a Riccione dove c’era la casa di vacanze della famiglia. E ancora c’erano titoli azionari e liquidità bancaria. Ma soprattutto l’antico palazzo di via Rua Muro, dov’è avvenuta la tragedia,è stato al centro di una faticosa quanto meticolosa ricognizione alla presenza di tutti gli eredi e del notaio per stimare oggetti antichi e gioielli custoditi tra le cose di casa.
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Proprio lì arrivò la sorpresa di una seconda lettera, in pratica un testamento olografo, sempre in originale, dove con le stesse parole e nelle medesime condizioni si disponeva la donazione alla Chiesa cattolica dell’intero patrimonio di famiglia. Compreso, evidentemente, il gioiello più importante, ovvero un terzo della casa di cura Villa Igea.
La loro scomparsa suscitò una vasta impressione in città perché entrambi erano molto legati alla clinica specializzata in malattie nervose, fondata dal padre assieme ad altri soci nel 1937. Giulio Delfini, 74 anni, rientrando in casa trovò il fratello Paolo, di 73 anni, morto nel suo letto. Anche se quest’ultimo era malato da molto tempo la scomparsa gettò nello sconforto il fratello.
Di qui una scelta evidentemente ipotizzata da tempo e lucidamente attuata con l’adempimento delle ultime volontà, il testamento sul tavolo e i l gesto estremo.
Ed è proprio su questo che, come accaduto in casi simili, batteranno i legali dei cinque parenti che si sono uniti per reclamare la loro parte di eredità.
Da una parte i loro legali cercheranno di dimostrare l’incapacità d’intendere e di volere con pienezza la scelta di affidare tutti i beni alla Chiesa.
Dall’altra c’è la legittimazione sulla designazione come erede della Chiesa cattolica.
Come che sia, è chiaro che le trattative dopo il periodo di buon vicinato per il censimento dei beni, sono fallite. Ai parenti non è stata sufficiente la parte che la Diocesi, diventata erede dopo il via libera dal Vaticano, offriva per una conclusione bonaria. Ora la parola tocca al Tribunale di Modena, la prima udienza è a ottobre.
Saverio Cioce
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