Gazzetta di Modena

Modena

Burbero, genio dal cuore grande Addio al padre del biomedicale 

di Gianluca Pedrazzi
Burbero, genio dal cuore grande Addio al padre del biomedicale 

Mario Veronesi ha inventato il distretto della salute con migliaia di posti di lavoro e aziende che il mondo ci invidia Realizzò il rene artificiale e il destino lo ha voluto dializzato. Un grande sognatore anche a 84 anni

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MIRANDOLA. In apparenza burbero. Ma dietro quei grandi occhiali scuri come il Drake un grande cuore. Un po’ come Carl il geniale nonnetto di “Up” che la sua casa, la sua terra non ha mai tradito. Un po’ come quell’Enzo che abitava dall’altra parte della provincia e che se ne andò in punta di piedi nella calura ferragostana di una Modena deserta. Entrambi geni. Entrambi burberi. Poche parole. A volte secche. A volte taglienti. Per Enzo una corsa sulle piste. Per Mario una corsa nelle corsie degli ospedali a salvar vite umane. Sempre proiettato nel futuro, a dispetto della carta d’identità. Il dottor Mario Veronesi se ne è andato così, in una notte di inizio estate nella sua Mirandola, con le luci soffuse della casa di famiglia di via Fulvia. In ottantaquattro anni non l’aveva mai lasciata più di ventun giorni contati e a dispetto di chi gli faceva ponti d’oro per creare altrove aziende e fortune industriali lui rispondeva: «Qui tutti mi vogliono bene. L’importante è avere idee. Il problema non è dove realizzarle ma averle e qui c’è il massimo».

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A ottantaquattro anni sognava ancora. La vita gli aveva riservato la beffa delle beffe. Lui inventore dei reni artificiali, dei sistemi per dialisi e emodialisi prima e per la cardiochirurgia in circolazione extracorporea poi, che tutto il mondo richiedeva da un puntino chiamato Mirandola e Bassa, era attaccato a una apparecchiatura per la dialisi. «Ma è una fortuna così posso testare le apparecchiature che abbiamo inventato in questi anni e cercare se possibile di fare meglio...», diceva sornione dietro quegli occhiali scuri. E costretto su una carrozzina, il dottor Mario aveva ancora un obiettivo: inventare una strumentazione per la dialisi a casa. Lontana da quegli ospedali le cui corsie erano state l’ispirazione di tutte le sue intuizioni. «Ho sempre detto ai miei collaboratori che se volevano capire cosa serviva a ospedali e pazienti bisognava andare come uno qualunque tra chi soffre e lavora in camice. Fermarsi ad ascoltare le imprecazioni dei medici e degli infermieri per questo o quello che non va. E subito era chiaro su cosa bisognava puntare la ricerca!».

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Riunione con la sua squadra di amici e via con le prove di nuovi materiali. Di tutta la sua squadra i laureati erano ben pochi. Ma quello che Mario Veronesi seppe convocare e allenare attorno a sé era il “dream team del biomedicale”. Con la forza di sommare genio scientifico e visione pragmatica del futuro - quello che è purtroppo mancato alla seconda generazione di industriali modenesi - il padre del biomedicale dagli anni Sessanta ha creato dal nulla una decina di aziende diventate leader del settore. Poi... Poi quando capiva che per garantire un futuro occorrevano nuovi investimenti che solo un grande gruppo industriale era in grado di garantire, lui usciva di scena. «Tanto avevo già in testa una nuova idea...», diceva. E allora il padre del biomedicale che dal garage di Veronesi si è trasformato in un distretto con trecento aziende, di cui un centinaio medio-grandi, che danno lavoro a quattromila persone, hanno ricavi per circa 450-500 milioni di euro ed esportano circa il 60% del prodotto, è stato senza saperlo anche il padre delle Start Up. Perché se non “start up” come potrebbe definirsi oggi la Miraset, la prima azienda che fondò con la sua squadra di collaboratori e amici? Stanco di fare il rappresentante di medicinali un bel giorno del 1962 durante le visite negli istituti clinici notò come le procedure di sterilizzazione dei tubi in lattice riutilizzabili allora e usati per le trasfusioni di sangue non fossero esenti da rischi di contaminazione. «E se produciamo usa e getta?», si domandò Mario. Detto fatto. Dopo Miraset venne la Dasco, capace di realizzare un rene artificiale per il trattamento dell’insufficienza renale tramite emodialisi, terapia sconosciuta in Italia. La vendette agli svizzeri della Sandoz dopo aver sviluppato dispositivi monouso per la cardiochirurgia a cuore aperto. Un marziano nella campagna della Bassa che si divertiva a «inventare» e «lavorare» per migliorare la vita di chi soffriva. Quando la Dasco è al vertice, ecco venderla per buttarsi sulla Bellco (che ora fa parte del gruppo americano Medtronic), frutto dell’appoggio degli amici-investitori storici. «Delle mie aziende non ho mai avuto più del 25% - confessava - Perché? Ma perché così avevo una squadra che remava come me. Lavoravano sempre». Furbo eh Mario? Che dopo Bellco riparte con la Dideco ma questa volta si tuffa nei sistemi per la cardiochirurgia, autotrasfusione e plasmaferesi. Nell’86 la cede al gigante Pfizer ma quattro anni prima aveva fondato la Dar (anche questa oggi orbita Medtronic). L’ultima corsa è con la Starmed nel 2003 e concentrata nei dispositivi medici monouso per ventilazione invasiva. Rimpianti? «Uno solo. Non aver parlato bene l’inglese. Ma so di aver dato una seconda vita a chi soffriva di insufficienza renale e che prima della dialisi era destinata a morire».

Ha fatto anche tanto, tantissimo altro Mario Veronesi. Creato migliaia di posti di lavoro, trasformato un territorio in una eccellenza mondiale. Aiutato la sua gente. Ma questo volando come il nonnetto Carl di “Up” attaccato ai palloncini con cui ha legato la sua “Mirandola” non lo ammetterebbe mai. E allora, in piedi. Facciamogli un applauso e diciamogli: Grazie.
 

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