Eredità Delfini, i parenti «In gioco i nostri diritti»
Parla l’avvocato Moschi: «Con i fratelli scomparsi c’era una lunga frequentazione La causa contro la Curia? Non c’è altro modo per riconoscere i diritti di famiglia»
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«Macchè parenti serpenti, la frequentazione con i fratelli Delfini c’è sempre stata anche se loro erano sempre molto appartati. Ora che sono morti chiedono solo il dovuto e la causa con la Diocesi di Modena dimostra la loro buona fede nell’affrontare questa delicata vicenda».
Potrebbe essere riassunta in queste poche parole dell’avvocato modenese Paolo Moschi, che assieme alla collega Rossella Adani difende le ragioni di sei dei sette parenti che chiedono il riconoscimento della loro quota. Ora che la maxi-eredità , stimata attorno ai 12 milioni di euro, è stata definita nei suoi contorni patrimoniali e che dal Vaticano è arrivato il nullaosta per l’accettazione alla Curia e al vescovo, i contatti tra le due parti sono arrivati al punto di non ritorno: a ottobre ci sarà la prima udienza per la causa legale che vede mons. Castellucci contrapposto ai sette parenti.
«Troppo spesso - argomenta l’avvocato Moschi - si è avvallata la storia dei parenti che saltano fuori all’ultimo minuto solo perchè ci sono quattrini da spartire. Non è vero affatto, anzi. Con uno di loro, scomparso di recente, c’era una grande vicinanza tanto che, con le sue competenze da bancario, collaborava a curare il patrimonio dei fratelli. E spesso era ospite nella loro casa al mare dove faceva le vacanze con la famiglia. Paolo e Giulio Delfini avevano tanta fiducia che gli davano le chiavi della casa. E ancora. C’è un’altra cugina con cui si vedevano con regolarità a casa di una vecchia zia e lì facevano correre in campagna i rispettivi cani. Ma la questione dell’eredità va oltre questo».
Qui l’avvocato Moschi fa una pausa e spiega in maniera essenziale quelle che saranno le tesi dei parenti quando si andrà davanti a un giudice.
«Mi rendo conto che una eredità del genere e l’autorevolezza dei Delfini susciti grande interesse - sottolinea - Però i fatti sono lì, consolidati. Non possono essere cambiati. Nel testamento che abbiamo impugnato c’è in poche righe tutta la parabola umana di Paolo e Giulio. C’è la questione dell’individuazione in modo certo dell’erede, come previsto dal codice civile, ma qui si parla genericamente di chiesa cattolica, senza indicare se si tratti del parroco, del papa o del vescovo di Modena. Ma sopratutto, anche se c’era la capacità d’intendere, come indica la lucidità degli ultimi istanti di vita, non c’era quella di volere visto che con la scomparsa del fratello Paolo, Giulio non è stato in grado di elaborare il lutto e ha avuto un blackout di emozioni che lo hanno spinto a premere il grilletto. Le sue ultime volontà, quando scrive di parlare a nome del fratello appena defunto, indicano il suo totale disorientamento di cui tener conto».
Saverio Cioce
Potrebbe essere riassunta in queste poche parole dell’avvocato modenese Paolo Moschi, che assieme alla collega Rossella Adani difende le ragioni di sei dei sette parenti che chiedono il riconoscimento della loro quota. Ora che la maxi-eredità , stimata attorno ai 12 milioni di euro, è stata definita nei suoi contorni patrimoniali e che dal Vaticano è arrivato il nullaosta per l’accettazione alla Curia e al vescovo, i contatti tra le due parti sono arrivati al punto di non ritorno: a ottobre ci sarà la prima udienza per la causa legale che vede mons. Castellucci contrapposto ai sette parenti.
«Troppo spesso - argomenta l’avvocato Moschi - si è avvallata la storia dei parenti che saltano fuori all’ultimo minuto solo perchè ci sono quattrini da spartire. Non è vero affatto, anzi. Con uno di loro, scomparso di recente, c’era una grande vicinanza tanto che, con le sue competenze da bancario, collaborava a curare il patrimonio dei fratelli. E spesso era ospite nella loro casa al mare dove faceva le vacanze con la famiglia. Paolo e Giulio Delfini avevano tanta fiducia che gli davano le chiavi della casa. E ancora. C’è un’altra cugina con cui si vedevano con regolarità a casa di una vecchia zia e lì facevano correre in campagna i rispettivi cani. Ma la questione dell’eredità va oltre questo».
Qui l’avvocato Moschi fa una pausa e spiega in maniera essenziale quelle che saranno le tesi dei parenti quando si andrà davanti a un giudice.
«Mi rendo conto che una eredità del genere e l’autorevolezza dei Delfini susciti grande interesse - sottolinea - Però i fatti sono lì, consolidati. Non possono essere cambiati. Nel testamento che abbiamo impugnato c’è in poche righe tutta la parabola umana di Paolo e Giulio. C’è la questione dell’individuazione in modo certo dell’erede, come previsto dal codice civile, ma qui si parla genericamente di chiesa cattolica, senza indicare se si tratti del parroco, del papa o del vescovo di Modena. Ma sopratutto, anche se c’era la capacità d’intendere, come indica la lucidità degli ultimi istanti di vita, non c’era quella di volere visto che con la scomparsa del fratello Paolo, Giulio non è stato in grado di elaborare il lutto e ha avuto un blackout di emozioni che lo hanno spinto a premere il grilletto. Le sue ultime volontà, quando scrive di parlare a nome del fratello appena defunto, indicano il suo totale disorientamento di cui tener conto».
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