E alla Irma non dite mai che oggi c’è della miseria
di Monica Tappa
A 12 anni andò a servizio, a 92 tra pollaio, orto e conserve non si ferma La barba del granturco per i capelli alle bambole: Sapevamo divertirci
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Novantadue anni ha “La Irma” di Serramazzoni, che tra orto e pollaio e marmellate e conserve le giornate non le lascia certo passare senza far niente. La si può vedere fin dalla mattina presto, cesti o secchi nelle mani, passo lento ma dritto, cappello di paglia in testa, un grembiule di quelli grandi, da rezdora, a preservare l’abito , e la vista che cede un po’, dice, e anche l’udito non è più quello di una volta, ma avercene di energia così, che “io il caldo non è che lo sento poi tanto, però sono arrivati animaletti strani in orto e si mangiano le radici, non c’erano mica una volta”.
“Sono nata a Nirano, vicino alle Salse – racconta Irma Gagliardelli, classe 1925 – e quando sento dire che c’è miseria oggi io dico che no, quelli che lo dicono la miseria non la conoscono. Mia mamma ha fatto sette figli, un figlio all’anno, sembrava una vecchina, era sciupata, guardi la foto. Avevamo le galline e i conigli, sì, ma li dovevamo vendere per comprare il sale, l’olio e il petrolio, si mangiava minestra, polenta, crescentine, a volte frutta. La carne e i tortellini li vedevamo due volte all’anno, a Pasqua e a Natale. Mancava tutto, anche i mobili. E’ stata una festa grande quando siamo riusciti a trovare una tavola usata che abbiamo pulito con la lisciva e la nafta e la domenica non vedevamo l’ora di poterla lucidare. Così come la panera e due comodini … Mio papà aveva la pleurite, così almeno c’era un posto per metterci le medicine… Per quello la mamma ha preso anche i comodini. 12 franchi abbiamo pagato. Ci sono ancora, buoni erano buoni, quei mobili”.
“Mia mamma faceva la sarta da ragazza – continua Irma - poi lavorava nei campi e il fratello più piccolo, quando allattava, glielo portavo io così non perdeva tempo. Si metteva le pezzuole fredde sul seno, quando poteva, perché diceva che il latte se si surriscalda fa male ai bambini”.
“A scuola sono andata fino alla terza elementare – dice – sempre a piedi e con qualsiasi tempo due, tre giorni alla settimana. Col brutto tempo io mi mettevo i sacchi per proteggere le scarpe e i vestiti, ma una volta c’era così tanta neve che sono arrivata a casa fradicia. Non avevo detto niente a nessuno, che andavo a scuola, quella volta. E per non farmi scoprire avevo lasciato i sacchi in una finestra nel fienile dei vicini. Ma si contata tutto allora, anche i sacchi e l’ho dovuto dire a mia mamma che quelli erano sacchi nostri, che avevo preso in solaio io. Per fortuna si riconoscevano dai rattoppi e glieli hanno restituiti”.
“Giocavamo anche sì, a volte – conclude Irma - nella corte dove vivevano i miei e tutti gli zii. Eravamo 12 cinni, non ci si annoiava. Con i rocchetti di filo facevamo dei trattorini, poi giocavamo a settimana o saltavamo la corda, ci facevamo anche le bambole con i rimasugli di tessuto e d’estate andavamo nei campi di granoturco a prendere la barba delle pannocchie per farci i capelli. Ma a 12 anni io sono andata a servizio da una famiglia a Ospitaletto, non è che abbia avuto molto tempo per giocare”.
“Sono nata a Nirano, vicino alle Salse – racconta Irma Gagliardelli, classe 1925 – e quando sento dire che c’è miseria oggi io dico che no, quelli che lo dicono la miseria non la conoscono. Mia mamma ha fatto sette figli, un figlio all’anno, sembrava una vecchina, era sciupata, guardi la foto. Avevamo le galline e i conigli, sì, ma li dovevamo vendere per comprare il sale, l’olio e il petrolio, si mangiava minestra, polenta, crescentine, a volte frutta. La carne e i tortellini li vedevamo due volte all’anno, a Pasqua e a Natale. Mancava tutto, anche i mobili. E’ stata una festa grande quando siamo riusciti a trovare una tavola usata che abbiamo pulito con la lisciva e la nafta e la domenica non vedevamo l’ora di poterla lucidare. Così come la panera e due comodini … Mio papà aveva la pleurite, così almeno c’era un posto per metterci le medicine… Per quello la mamma ha preso anche i comodini. 12 franchi abbiamo pagato. Ci sono ancora, buoni erano buoni, quei mobili”.
“Mia mamma faceva la sarta da ragazza – continua Irma - poi lavorava nei campi e il fratello più piccolo, quando allattava, glielo portavo io così non perdeva tempo. Si metteva le pezzuole fredde sul seno, quando poteva, perché diceva che il latte se si surriscalda fa male ai bambini”.
“A scuola sono andata fino alla terza elementare – dice – sempre a piedi e con qualsiasi tempo due, tre giorni alla settimana. Col brutto tempo io mi mettevo i sacchi per proteggere le scarpe e i vestiti, ma una volta c’era così tanta neve che sono arrivata a casa fradicia. Non avevo detto niente a nessuno, che andavo a scuola, quella volta. E per non farmi scoprire avevo lasciato i sacchi in una finestra nel fienile dei vicini. Ma si contata tutto allora, anche i sacchi e l’ho dovuto dire a mia mamma che quelli erano sacchi nostri, che avevo preso in solaio io. Per fortuna si riconoscevano dai rattoppi e glieli hanno restituiti”.
“Giocavamo anche sì, a volte – conclude Irma - nella corte dove vivevano i miei e tutti gli zii. Eravamo 12 cinni, non ci si annoiava. Con i rocchetti di filo facevamo dei trattorini, poi giocavamo a settimana o saltavamo la corda, ci facevamo anche le bambole con i rimasugli di tessuto e d’estate andavamo nei campi di granoturco a prendere la barba delle pannocchie per farci i capelli. Ma a 12 anni io sono andata a servizio da una famiglia a Ospitaletto, non è che abbia avuto molto tempo per giocare”.
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