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Uno scritto di Edmondo Berselli "Vasco Rossi, quel ribelle filosofo che riesce ad unire l’Italia del rock"

di Edmondo Berselli
Uno scritto di Edmondo Berselli "Vasco Rossi, quel ribelle filosofo che riesce ad unire l’Italia del rock"

Pubblichiamo l’articolo apparso su Repubblica nel maggio 2008 a firma dell’indimenticato giornalista Edmondo Berselli

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Ma è il tour di Vasco Rossi o è la Champions League? Sessantacinque, settantamila persone all’ Olimpico di Roma per due sere, e il prevedibilissimo sold out per le poche tappe previste dopo l’uscita del criticatissimo e vendutissimo album Il mondo che vorrei.

A San Siro, Vasco farà dimenticare Roberto Mancini e oscurerà José Mourinho, ad Ancona richiamerà il pubblico delle regioni “rosse” addolorate dalle sconfitte elettorali. A Venezia convocherà l’intero Nordest anarco-imprenditoriale, a Salerno il Sud in cerca di una fuga dalla sindrome dei rifiuti, e infine a Messina celebrerà l’unità dell’Italia canora, o il federalismo vocale, il che è lo stesso. Dopo di che, ascoltato il Blasco nella versione nouvel philosophe, che sul palco dell’ Olimpico cita pensosamente Spinoza (forse memore di qualche lezione a magistero, epoche fa), riascoltato l’ antico antiproibizionista pannelliano che sfoggia la sua vena sarcastica, «Siamo tutti belli e buoni, votiamo tutti Berlusconi», preso atto delle lettere d’amore e di protesta speditegli dal Michele Santoro rinviato al venerdì per consentire la messa in onda del non fortunatissimo speciale

Effetto Vasco, qualcuno potrebbe essere tentato dal chiedere: svelateci finalmente il mistero sontuoso di Vasco Rossi, cantautore, rocker, paroliere, poeta dello sbando, ormai da un quarto di secolo bestseller assoluto e immagine idolatrata dalle masse. Eh sì, va bene qualsiasi definizione per il dannato di Zocca, da quando apparve emergendo dal grigiore degli anni Settanta, con il suo chiodo di pelle e lo sguardo trasognato, un ritratto in cui non si capiva se era un artista virato sul maledettismo oppure un crepuscolare precursore degli emoticon: anche ai tempi lontani di Albachiara, o “Albakiara” come si scrive nell’era degli sms, ci mancava solo la faccina, smile. Ma nonostante le etichette nessuno sembra in grado di spiegare le ragioni dello strabordante successo di Vasco. Ma sì, le sue formule, azzeccate: «vado al massimo», «voglio una vita come Steve McQueen», e via di seguito, ci troveremo tutti al Roxy Bar, «coca-cola sì, coca casa e chiesa», autobiografismi maudit e mimesi degli spot pubblicitari, come uno che sostiene di essersi laureato all’ università della vita e invece ha preso il primo master con Carosello.

C’è perfino una sfumatura politica, volendo, nel “messaggio” della canzone più recente, Il mondo che vorrei, «non si può sorvolare le montagne, non puoi andare dove vorresti “andare”», con il disturbo di quelle virgolette apparentemente superflue che racchiudono l’ultimo verbo: perché Vasco, cioè il signor Rossi, 56 anni portati in modo disattento, incurante delle diete e del salutismo, scrive ancora come scrivono i ragazzini nei diari, con un diluvio di puntini di sospensione e di maiuscole, con i neretti e i corsivi, e magari con i punti esclamativi e gli struggenti cuoricini e fiorellini sulle “i”. E forse questo spiegherebbe la persistenza dell’amore dei fan lungo le generazioni. Lui è lo sballato, quello che urlava del fegato spappolato e che voleva bruciare l’asilo, se la prendeva con il «negro» che gli aveva soffiato la conquista («la troia!») in discoteca, ma è anche il poetastro con la lacrima sul ciglio, che specula trasalendo su sentimentali immagini femminili, vedi una delle canzoni più amate, Sally, con la nostalgia per quando «la vita era più facile, e si potevano mangiare anche le fragole». Pier Vittorio Tondelli aveva rintracciato in lui i segni di una genialità fisica: «la voce sguaiata da fumatore», i gesti da montanaro più che da artista canonizzato.

Ma nella fisicità di Vasco si può trovare soprattutto il segno di chi sa perdonare i propri eccessi, ed è tollerante con se stesso. Sicché il suo pubblico, mentre lo adora e scandisce le canzoni a memoria, si sente compreso: il ripetuto, anzi costante, perdono del signor Rossi al divo Vasco è in fondo il perdono, la misericordia e la compassione che ciascuno di noi può concedere anche ai propri peccati, non importa se più modesti, meno spettacolari, ovviamente più sfigati. Ecco, Vasco è così popolare perché non è un personaggio, è una persona che richiama irresistibilmente l’ Italia profonda, la provincia, la normalità.

Proprio così, la normalità. Lui, l’ emblema stesso della trasgressione, dello sballo, delle notti smarrite, quello che è stato in galera per il mezzo chilo di cocaina, il lupo mannaro che luma le pupe giovani sotto le luci stroboscopiche, in realtà riassume nel suo modo di essere la regolarità convenzionale delle vite di tutti. Con le sue canzoni sfondate e le sue poesie adolescenziali, non è più nemmeno una star. è uno del popolo, con il Suv strafigo, un’ aurea via di mezzo fra un sottoproletario e Briatore. Quando sale sul palco assomiglia a uno qualunque, uno di noi, perché in fondo, per le generazioni venute dal profondo degli anni Settanta, mentre si strappa il biglietto d’ ingresso alla ultramoderna e vociferante Champions League di Vasco, l’ unico inno praticabile dice pur sempre: «siamo solo noi».
 

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