processo aemilia. uno degli imputati
Si pente anche Valerio Rideva del terremoto
di Tiziano Soresina
REGGIO EMILIA. Adesso possono essere diventati due i “grimaldelli” per aprire la “scatola” contenente affari e contatti insospettabili della cosca ndranghetistica emiliana. Dopo Giuseppe Giglio,...
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REGGIO EMILIA. Adesso possono essere diventati due i “grimaldelli” per aprire la “scatola” contenente affari e contatti insospettabili della cosca ndranghetistica emiliana. Dopo Giuseppe Giglio, spunta un nuovo pentito nel maxi-processo, in corso a Reggio. Si tratta dell’imprenditore edile 49enne Antonio Valerio, noto nell’ambito della maxi operazione antimafia Aemilia come uno dei due intercettati mentre ridevano durante le scosse del Sisma 2012, prospettando cantieri tra Mirandola e Cavezzo, anche se quest’uomo attraversa dagli anni Novanta le vicende legate alla criminalità reggiana.
Valerio, da un paio di udienze, ormai non viene più accompagnato nella “gabbia” con gli altri imputati. Il legale di Valerio – l’avvocato Pasqualino Miraglia di Modena – ha rinunciato, martedì in udienza, al mandato e l'imputato non sarebbe più nel carcere della Pulce, dov’era rinchiuso. Probabilmente è stato accompagnato in una località protetta e non è escluso che sia stato già sentito dagli inquirenti. Il 49enne è considerato dalla Dda di Bologna ai vertici della 'ndrangheta emiliana – viene indicato nelle accuse come un “organizzatore” – ma non si può certo dimenticare che nel 1999 era sfuggito ad un attentato, come ha ricostruito anche ad Aemilia nell’aula-bunker Paolo Bellini, il killer reggiano che aveva tentato di eliminarlo sparandogli alla testa. Quindi non solo il simbolo della voracità del clan che è fissata nell’ormai famosa intercettazione a pochi minuti dalla seconda scossa del 2012 tra Gaetano Blasco («È caduto un capannone a Mirandola») e appunto Antonio Valerio che risponde ridendo («Eh allora lavoriamo là..»). Il 49enne venne infatti anche arrestato, ma poi assolto, nell’ambito di una complessa inchiesta della Dda di Catanzaro che ha indagato su sette omicidi collocati in una sanguinaria “guerra” fra cosche. Valerio era stato accusato – come mandante – dai pentiti Paolo Bellini ed Angelo Salvatore Cortese, relativamente all’omicidio di Rosario Ruggiero che avvenne a Cutro il 24 giugno 1992. Il pentito Cortese aveva fatto mettere a verbale che Antonio Valerio, alias “Pulitino"”, aveva voluto quel delitto perché Ruggiero (detto “tre dita”) gli aveva ucciso il padre. Sempre Cortese disse che a quel tempo Valerio era «inserito nel gruppo Ruggiero-Bellini-Vasapollo e stava passando con i cutresi». Accuse finite in nulla.
Comunque sia, il 49enne viene considerato dall’Antimafia una figura con uno spessore tale (anche per l’inquadramento storico di certi avvenimenti) che potrebbe davvero rivelare legami ad ampio raggio della cosca con politici, massoni e uomini delle istituzioni finora non coinvolti nelle indagini. Si tratta dunque di un risultato importante per la Dda di Bologna, dopo il caso di Giuseppe Giglio, l'imprenditore che da oltre un anno sta collaborando con gli inquirenti dando il “la” ad un ampliamento delle inchieste sulla ’ndrangheta.
Valerio, da un paio di udienze, ormai non viene più accompagnato nella “gabbia” con gli altri imputati. Il legale di Valerio – l’avvocato Pasqualino Miraglia di Modena – ha rinunciato, martedì in udienza, al mandato e l'imputato non sarebbe più nel carcere della Pulce, dov’era rinchiuso. Probabilmente è stato accompagnato in una località protetta e non è escluso che sia stato già sentito dagli inquirenti. Il 49enne è considerato dalla Dda di Bologna ai vertici della 'ndrangheta emiliana – viene indicato nelle accuse come un “organizzatore” – ma non si può certo dimenticare che nel 1999 era sfuggito ad un attentato, come ha ricostruito anche ad Aemilia nell’aula-bunker Paolo Bellini, il killer reggiano che aveva tentato di eliminarlo sparandogli alla testa. Quindi non solo il simbolo della voracità del clan che è fissata nell’ormai famosa intercettazione a pochi minuti dalla seconda scossa del 2012 tra Gaetano Blasco («È caduto un capannone a Mirandola») e appunto Antonio Valerio che risponde ridendo («Eh allora lavoriamo là..»). Il 49enne venne infatti anche arrestato, ma poi assolto, nell’ambito di una complessa inchiesta della Dda di Catanzaro che ha indagato su sette omicidi collocati in una sanguinaria “guerra” fra cosche. Valerio era stato accusato – come mandante – dai pentiti Paolo Bellini ed Angelo Salvatore Cortese, relativamente all’omicidio di Rosario Ruggiero che avvenne a Cutro il 24 giugno 1992. Il pentito Cortese aveva fatto mettere a verbale che Antonio Valerio, alias “Pulitino"”, aveva voluto quel delitto perché Ruggiero (detto “tre dita”) gli aveva ucciso il padre. Sempre Cortese disse che a quel tempo Valerio era «inserito nel gruppo Ruggiero-Bellini-Vasapollo e stava passando con i cutresi». Accuse finite in nulla.
Comunque sia, il 49enne viene considerato dall’Antimafia una figura con uno spessore tale (anche per l’inquadramento storico di certi avvenimenti) che potrebbe davvero rivelare legami ad ampio raggio della cosca con politici, massoni e uomini delle istituzioni finora non coinvolti nelle indagini. Si tratta dunque di un risultato importante per la Dda di Bologna, dopo il caso di Giuseppe Giglio, l'imprenditore che da oltre un anno sta collaborando con gli inquirenti dando il “la” ad un ampliamento delle inchieste sulla ’ndrangheta.
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