Grande Aracri: «La cosca esiste? Non si può stare in due gruppi...»
Il boss parla al processo Aemilia. «È tutta un’invenzione della giustizia per cui sono stato condannato» Stoccata a Bolognino: «Non era uomo di mia fiducia, non avevo stima né facevo affari insieme a lui»
3 MINUTI DI LETTURA
Con il sorriso sulle labbra dichiara di essere «assolutamente estraneo e innocente» nonostante lo abbiano inquadrato come il boss della cosca e condannato per associazione mafiosa. Poi, però, spiega alla corte del processo Aemilia le regole del pericoloso gioco della ’ndrangheta. Una volta che hai scelto una cosca, come quella che porta il suo nome, non puoi più fare marcia indietro. Così, in video collegamento dal carcere di Opera è apparso al processo Aemilia il boss Nicolino Grande Aracri. Ha parlato, al contrario degli altri capi come Antonio Silipo, Nicolino Sarcone e Romolo Villirillo, che si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.
Lo ha fatto in qualità di teste, chiamato alla sbarra da diversi imputati che, poi, hanno rinunciato alle sue parole in loro difesa. Tutti tranne Michele Bolognino, che ha però incassato la sfiducia del boss: «Non era una persona di mia fiducia, parliamoci chiaro, non avevo stima, era un conoscente così, non un rapporto di amicizia, diciamo, anche se dicono che avevo una società col ristorante, ma assolutamente no, anche se sono stato condannato per questa cosa qua, non aveva nessuna società con questo ristorante».
L’avvocato di Bolognino, Carmen Pisanello, ha cercato di slegare la figura del suo assistito da quella di Grande Aracri, considerato il vertice della cosca cutrese alla quale fa riferimento anche la locale emiliana. Bolognino è considerato uno dei suoi colonnelli, salvo essere un ex uomo di fiducia del clan Arena. Da qui parte l’incongruenza, secondo Nicolino, che mette subito una regola aurea del sistema ’ndranghetistico: mai tradire. «Uno che fa parte dell’associazione fa parte solo di quell’associazione - risponde il boss quando l’avvocato gli chiede se è possibile avere i piedi in due scarpe - Uno non può appartenere a due associazioni. Ne ho visti tanti di casi così in questo processo. Perché il collaboratore di giustizia Giglio dice che ha avuto a che fare con la cosca Arena e con la cosca Grande Aracri. Dice che aveva a che fare con le due consorterie contrapposte. Ma non può essere assolutamente possibile».
«Non può essere possibile secondo la sua esperienza?», chiede Pisanello. «Perché non può essere possibile?», rincara Francesco Caruso, presidente della Corte. «Allora, io non c’ho niente da nascondere. Qui le cose vengono raccontate molto diverse. Uno che fa parte di una cosca non può fare parte di un’altra cosca. Se uno è della cosca Grande Aracri deve stare con la cosca Grande Aracri, non può andare con la cosca Arena o con la cosca Giampà..».
Da lì le si raddrizzano le orecchie dei detenuti nelle gabbie, degli avvocati e del pubblico. «Ma Grande Aracri, mi scusi, lei lo dice in astratto o perché esiste la cosca Grande Aracri?» è la domanda secca di Caruso.
«La cosca Grande Aracri è stata costruita dalla giustizia» risponde.
«Voglio sapere se esiste nella realtà» torna a dire Caruso. E qui viene fuori la risposta da uomo di Stato: «Ho una condanna definitiva - dice il detenuto - È inutile che vi dico che la cosca non esiste. Sono già stato condannato per associazione mafiosa e sono considerato a capo di questa associazione. Io mi ritengo assolutamente estraneo e innocente, nonostante la condanna».
Per Caruso, dire che la cosca non esiste nella realtà non consente a Grande Aracri di dire se una persona può appartenere a più associazioni contemporaneamente. «Non posso dire che non esistono quando ci sono delle sentenze. Posso dire che la mia cosca Grande Aracri è stata costruita a tavolino perché fino al 2000 non c’è mai stata. Grande Aracri ha sempre lavorato. Fino al 2000 Grande Aracri aveva il certificato antimafia pulito. Ero un allevatore e oltre a questo facevo anche altri lavori in Germania che nessun collaboratore di giustizia ha mai detto». Nessuna replica, la procura non ha domande. Ed è così che l’attesa testimonianza del boss si interrompe e sfuma. (e.l.t.)
Lo ha fatto in qualità di teste, chiamato alla sbarra da diversi imputati che, poi, hanno rinunciato alle sue parole in loro difesa. Tutti tranne Michele Bolognino, che ha però incassato la sfiducia del boss: «Non era una persona di mia fiducia, parliamoci chiaro, non avevo stima, era un conoscente così, non un rapporto di amicizia, diciamo, anche se dicono che avevo una società col ristorante, ma assolutamente no, anche se sono stato condannato per questa cosa qua, non aveva nessuna società con questo ristorante».
L’avvocato di Bolognino, Carmen Pisanello, ha cercato di slegare la figura del suo assistito da quella di Grande Aracri, considerato il vertice della cosca cutrese alla quale fa riferimento anche la locale emiliana. Bolognino è considerato uno dei suoi colonnelli, salvo essere un ex uomo di fiducia del clan Arena. Da qui parte l’incongruenza, secondo Nicolino, che mette subito una regola aurea del sistema ’ndranghetistico: mai tradire. «Uno che fa parte dell’associazione fa parte solo di quell’associazione - risponde il boss quando l’avvocato gli chiede se è possibile avere i piedi in due scarpe - Uno non può appartenere a due associazioni. Ne ho visti tanti di casi così in questo processo. Perché il collaboratore di giustizia Giglio dice che ha avuto a che fare con la cosca Arena e con la cosca Grande Aracri. Dice che aveva a che fare con le due consorterie contrapposte. Ma non può essere assolutamente possibile».
«Non può essere possibile secondo la sua esperienza?», chiede Pisanello. «Perché non può essere possibile?», rincara Francesco Caruso, presidente della Corte. «Allora, io non c’ho niente da nascondere. Qui le cose vengono raccontate molto diverse. Uno che fa parte di una cosca non può fare parte di un’altra cosca. Se uno è della cosca Grande Aracri deve stare con la cosca Grande Aracri, non può andare con la cosca Arena o con la cosca Giampà..».
Da lì le si raddrizzano le orecchie dei detenuti nelle gabbie, degli avvocati e del pubblico. «Ma Grande Aracri, mi scusi, lei lo dice in astratto o perché esiste la cosca Grande Aracri?» è la domanda secca di Caruso.
«La cosca Grande Aracri è stata costruita dalla giustizia» risponde.
«Voglio sapere se esiste nella realtà» torna a dire Caruso. E qui viene fuori la risposta da uomo di Stato: «Ho una condanna definitiva - dice il detenuto - È inutile che vi dico che la cosca non esiste. Sono già stato condannato per associazione mafiosa e sono considerato a capo di questa associazione. Io mi ritengo assolutamente estraneo e innocente, nonostante la condanna».
Per Caruso, dire che la cosca non esiste nella realtà non consente a Grande Aracri di dire se una persona può appartenere a più associazioni contemporaneamente. «Non posso dire che non esistono quando ci sono delle sentenze. Posso dire che la mia cosca Grande Aracri è stata costruita a tavolino perché fino al 2000 non c’è mai stata. Grande Aracri ha sempre lavorato. Fino al 2000 Grande Aracri aveva il certificato antimafia pulito. Ero un allevatore e oltre a questo facevo anche altri lavori in Germania che nessun collaboratore di giustizia ha mai detto». Nessuna replica, la procura non ha domande. Ed è così che l’attesa testimonianza del boss si interrompe e sfuma. (e.l.t.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
